L’Erba Luigia e il suo cibo emozionante

Ormai è risaputo. Chi ha toccato terre italiane, nel nostro caso toscane, conosce l’importanza del cibo per i suoi abitanti.   

Se è vero che i toscani  sono tradizionalisti fino all’osso riguardo al mangiare, è anche vero che all’orizzonte iniziano ad affacciarsi timidamente giovani e coraggiosi cuochi e cuoche con la voglia di interpretare la cucina in modo più innovativo, senza per questo tradire gli avi. Avevamo sentito parlare di un piccolo ristorantino nel pisano, più precisamente a Casciana Terme. Poiché la distanza è irrisoria, cioè un’oretta in macchina, ma la strada per arrivare attraversa una delle più suggestive regioni della campagna pisana, eravamo più che pronti per questa nuova avventura. Ovviamente dopo una  prima colazione leggera, leggera…

La nostra destinazione era, appunto, Casciana Terme. Tuttavia non lontano, a poco meno di 20 km, si trova Lajatico, paese natale di un grande cantante italiano che lì ha fatto costruire il Teatro del Silenzio dove, ogni tanto, incanta, anzi, strega, un pubblico sceltissimo con la sua voce sublime.  Chi ha visitato il luogo è rimasto rapito dalla sua bellezza, dalla pace che si percepisce oltre che, appunto, dall’eterno silenzio della natura circostante, immensa e rassicurante. Pensavamo di farci un salto dopo pranzo, così, per curiosità.

Bagno a Aqui, l’antico nome di Casciana Terme, più indietro nel tempo conosciuta come Castrum o Balneum ad Aquas è una piccola ma graziosa stazione termale. C’è ne sono altre, Uliveto, San Giuliano, Montecatini, anche loro apprezzate da centinaia di anni per le acque salutari. Certo, nel 2017, un soggiorno non serve  più semplicemente per trattamenti curativi  contro malattie specifiche. Oggi, ci era sembrato di capire, si entra per uscire dopo pochi giorni totalmente “revisionati”: scattanti, dimagriti, rilassati, con una pelle liscia liscia e un’anima senza pieghe, per giunta con dieci anni di meno. Da prendere in considerazione, ma non oggi. Siamo venuti per mangiare. 

  

Il ristorantino che cercavamo non era difficile da trovare. È, infatti, situato in una piccola piazzetta non lontano dallo stabilimento termale. Dall’ingresso si entra direttamente nella sala da pranzo, piccolina ma originale nella sua semplicità. Il pavimento è senza dubbio il pezzo forte: lucide mattonelle quadrate che di solito si vedono sulle pareti e non per terra dai colori particolari e ben abbinati. Certo, se qui si cucina come si arreda possiamo aspettarci delle belle.

I piatti proposti dalla giovane coppia incuriosiscono: “Crudo con quello che c’è”, “Vitel tonné  senza vitel e senza tonné” o anche “La pernice è prendere le albicocche” stuzzicano la fantasia e anche l’appetito. Il fatto che cucinino esclusivamente prodotti freschi di giornata originari della zona è un ulteriore punto a favore. 

Dopo aver ascoltato il giovane cameriere e comproprietario descrivere le pietanze, gli ingredienti, i metodi di cottura, gli abbinamenti fra gusto, colore e sapore oltre che i suggerimenti per il vino abbiamo fatto le nostre scelte. Azzeccate oserei dire, anche se qualche cosa mi dice che pure gli altri piatti sarebbero stati gustosi alla stessa maniera.

Potremmo sostenere che il pranzo ha soddisfatto le nostre aspettative. Il fatto però è che non ne avevamo perché non sapevamo che cosa sarebbe uscito dalla cucina. Che cosa dire allora?  Beh, in un posto sorprendente una coppia tutt’altro che scontata ci ha servito cibo in grado di emozionare davvero. Ecco. 

   

Come dopo la lettura di un bel libro si lascia decantare la bellezza della storia per qualche giorno prima di riprendere a leggere, così anche noi volevamo far perdurare le sensazioni così inaspettate e gradevoli il più a lungo possibile. Il Teatro del Silenzio? Senza dubbio si, ma un altro giorno. Per oggi siamo a posto.

 

Anneliese Rabl x

Eccellenze toscane: terracotta

Paragonata al marmo o al granito, la terracotta è sempre stata considerata una materia umile in quanto ottenuta da argilla grigia o bianca, depurata e cotta nel forno a legna. Già gli antichi Etruschi la usavano per  produrre embrici, mattonelle e tegole per le loro case. Successivamente, artigiani e artisti si sono accorti che la terracotta era un materiale davvero stupefacente. Di basso costo e facilmente reperibile poteva essere plasmata semplicemente con le mani e con la fantasia, senza nessun strumento particolare. Il materiale e la tecnica è piaciuta così tanto che oltre ad opere artistiche di buona qualità, la terracotta ha conquistato cucine e sale da pranzo con brocche, scodelle, tazze, piatti e quant’altro potesse servire in tavola.

Nel tredicesimo secolo i della Robbia, una famiglia di scultori Toscani,  ha portato la lavorazione della terracotta (e della ceramica) ad un livello mai visto prima. Questo non solo per la bravura nella realizzazione delle opere, ma anche grazie all’uso di ossidi metallici che permettevano di colorare il materiale una volta cotto e renderlo in questo modo ancora più bello e allo stesso tempo straordinariamente resistente nel tempo. Nella città di  Pistoia in Toscana è possibile ammirare molte opere dei geniali artisti.

Non lontano da Firenze, a Impruneta, si trova una qualità di argilla unica nel suo genere.  Molti artigiani aprirono le loro botteghe nella zona, che fra l’altro, era ricca di legno, fra cui rovere,  particolarmente adatto alla cottura dell’argilla. Come le porcellane di Meißen sono conosciute in tutto il mondo così le eccellenze di Impruneta   hanno conquistato gli amanti del genere in ogni angolo della terra.

 

L’inconfondibile colore rosso mattone dipende dai minerali contenuti nell’argilla stessa e dalla cottura ed era proprio la cottura alla quale bisognava dare la massima attenzione. Un fornaciaio bravo sapeva calcolare quasi ad occhi chiusi quale quantità e quale tipo di legno avrebbe fornito la giusta temperatura necessaria per sprigionare il colore rosso mattone per il quale le terrecotte di Impruneta sono diventate così famose. 

Gli artigiani  che ancora lavorano alla maniera tradizionale si contano sulle dita di una sola mano. Oggi, infatti, si adoperano forni elettrici che rendono il processo della cottura più facile è più sicuro. 

Avevamo sentito parlare dell’Antica Fornace Mariani M.I.T.A.L., nel cuore di Impruneta e alla prima occasione siamo andati a curiosare. Creazioni  a perdita d’occhio, opere d’arte, veri e propri gioielli su ogni terrazza, in ogni parco o giardino. Un po’ ovunque in tutta la bottega stanno pancali con orci, vasi e sculture ben imballati pronti per essere spediti oltreoceano. 

Oltre alla tecnica tradizionale della modellatura qui lavorano anche con la colatura. Con quale altro metodo si può ottenere lo stesso articolo perfettamente uguale riprodotto molte volte? L’argilla, debitamente preparata, raggiunta la giusta densità, viene colata dentro una forma di gesso e lasciata prosciugare. Successivamente si apre la forma e si estrae il modello pronto per essere messo in forno una volta ben asciugato. 

Uno dei proprietari ci ha dedicato un po’ di tempo per parlare dei piccoli segreti nella lavorazione e ci ha mostrato anche il forno e la legna da utilizzare per ottenere i risultati desiderati. 

  

Certo, siamo in terra toscana. Da che cosa si capisce? In primo luogo dalla sapienza con cui ci viene spiegata la lavorazione; il signore, classico esempio di toscano verace,  sa davvero di che cosa sta parlando. Poi dal fatto che, dalla terza frase in poi,  la nostra guida comincia a parlare di politica e di come il comune dovrebbe gestire meglio il territorio anche se sa che, essendo stranieri, non siamo proprio gli interlocutori più adatti. Infine da come difende la sua produzione che, ovviamente, è la migliore al mondo. Tutto questo, come se parlasse dei suoi figli o della sua squadra di calcio preferita: con un fervore, una passione, una serietà e una convinzione che ho trovato solo qui, in Toscana. Salute, lunga vita e mantenetevi così.

 

 

Anneliese Rabl x

Il buon cibo italiano

 

Chi conosce gli italiani sa che per loro una vita senza cibo non avrebbe senso. Con “cibo”, ovviamente, intendo non tanto alimenti necessari per il corretto funzionamento del nostro organismo, bensì prodotti agricoli, carne, pesce  e quant’altro possa servire per cucinare con amore piatti ricchi di gusto, capaci di  farci sognare, oltre che appagare i nostri sensi.

Quale potrà mai essere l’origine di un connubio così perfetto? Non lo so ma frugare nel passato di questo popolo mediterraneo dal palato super fino potrebbe svelare qualche risposta. 

Se andiamo indietro di diciamo 1500 o 2000 anni scopriamo che gli antichi Romani si coccolavano con cibi prelibatissimi dal gusto oggi forse discutibile come, ad esempio,  lingua di usignolo o di pappagallo in umido o gru arrostito. Anche il garum, una salsa piccantissima a base di pesce putrido assai apprezzata non sarebbe certo una leccornia che ai giorni nostri ci potrebbe far sognare. Sta di fatto però, che i cuochi ispirati di allora erano in grado di trasformare praticamente qualsiasi alimento in una vera e propria opera d’arte culinaria commestibile. Il famoso Apicio  ne è un esempio. Certo, parliamo di un altro mondo; i cuochi odierni non si toglierebbero la vita se una materia prima non arrivasse in tempo o se un piatto non corrispondesse alle aspettative dei commensali…

Ricordiamoci che a quei tempi una buona parte del mondo mangiava per la maggiore carne cruda, o tutt’al più abbrustolita su un fuocherello di campagna. Quindi si potrebbe sostenere con prudenza che il cibo italiano è buono perché ha dalla sua una lunghissima esperienza.

Poi guardiamoci la carta geografica. Salta subito all’occhio che il paese è piccolo, composto di svariate province con clima diverso per cui anche le piante alimentari si differenziano assai. Così le ricette e, del resto, anche le persone: più o meno vivaci, orgogliose, fantasiose ma sempre pronte a sostenere che in tutta Italia si mangi bene ma che la loro cucina sia appena appena più buona di quella delle altre regioni. Questo significa ricerca di materie prime di ottima qualità, possibilmente rare o poco usate; imparare come prepararle, conservarle, con quali spezie o erbe aromatizzarle, come renderle anche esteticamente belle. Una tradizione da passare da madre in figlia, da generazione in generazione.

Come confermare la veridicità della mia tesi? Avevo sentito che a Greve nel Chianti si trovi Falorni, un’antica macelleria con tradizionale produzione propria di carni e di insaccati da far battere forte il cuore degli amanti di prosciutto, finocchiona, e salsiccia. Ci sarebbe stata anche una “grotta” per i formaggi e, poco distante, una ragguardevole cantina  provvista di ogni ben di Dio, alcolicamente parlando. 

Non abbiamo perso tempo e alla prima occasione siamo partiti per Greve in Chianti dove, non so proprio come, ci siamo ritrovati ad un banchetto degno degli dei dell’Olimpo. Cerere ha lasciato il grano per pane e schiacciata. Artemide ha fornito le migliori carni e la selvaggina; Bacco si è messo accanto a noi per assicurarsi che il suo coppiere Ganimede adempisse con cura ai suoi doveri verso i convitati.

Come abbiamo mangiato? Divinamente…

Anneliese Rabl x

 

Giocare a Golf in Toscana

Di seguito un elenco dei campi da golf più visitati.

Alisei Golf Club, Pietrasanta http://www.golfalisei.it/   68 km/1 h    Coordinate GPS:  43° 56′ 1.387″ N – 10° 13′ 32.384″ E

Argentario Golf Club, Porto Ercole http://www.argentariogolfresortspa.it/golf/  257 km/2,50 h   Coordinate GPS: 42.416716,11.184146

Firenze Circolo Golf Ugolino, Impruneta http://www.golfugolino.it/it/   77 km/1,6 h

Golf Club Bellosguardo, Vinci http://www.golfbellosguardovinci.it/  30 km/43 min

Golf Montecatini Terme, Loc. Pievaccia, Monsummano Terme  http://www.montecatinigolf.com/   20 km/34 min.

Golf Club Castelfalfi, Montaione http://www.castelfalfi.com/it/golf/golf-club-toscana-resort-castelfalfi/    58 km/1, 15 h

Vicopelago Golf, Vicopelago http://vicopelagogolflucca.org/golf/  33 km/32 min.

Golf Club Garfagnana, Pieve Fosciana  http://www.garfagnanagolf.com/index.php 72 km/1,36 h   Coordinate GPS: N 44° 08.533′, E 10° 22.930′

 

 

Pescia e d’intorni: Medicina

 

 

Per noi, visitare i paesini della Valleriana è diventato come mangiare ciliegie…una tira l’altra. Così, dopo San Quirico e  Sorana è il turno di Medicina.

Se consideriamo nomi come Femina Morta o Malocchio, conferiti a qualche paesino della zona, a Medicina è andata, come dire, di gran lusso. Se non altro perché si potrebbe presumere che il nome derivi dalla parola latina medicina = “luogo dove si medica, ci si cura”. L’origine, tuttavia, non è così scontata. Se chiediamo agli abitanti del piccolo paese spuntano due correnti di pensiero. La prima opta per “antica dimora estiva della famiglia dei Medici”, la seconda suggerisce che grazie al microclima particolarmente favorevole la gente avrebbe soggiornato a Medicina per ristorare corpo e anima.

    

È il borgo dove un valoroso combattente, Francesco Ferrucci,  pernottò il giorno prima della famosa battaglia di Gavinana ben nota ai Toscani, nel lontano 1530. Le vicende belliche e politiche di quel periodo storico furono assai complicate. A molti stranieri, anche a noi del resto, la storia della Toscana non è molto nota;  ci basti sapere che si trattava di uno scontro molto serio per cercare di liberare la città di Firenze dall’assedio della  famiglia dei Medici. 

 

Ferrucci era conosciuto come testa calda, poco tollerante e ancora meno benevole verso gli altri. Ma era anche un uomo coraggioso e un guerriero fiero e valoroso che si arrese solo ultimo e per forza, colpito mortalmente dal nemico quando giaceva già ferito a terra. Chissà se su, a Medicina, c’è ancora qualche ricordo del suo passaggio? Non tanto un dipinto, una statua o simili, ma qualche cenno del suo carattere che potrebbe aver impressionato un abitante del villaggio a tal punto da ispirarsi e da tramandare il valore del coraggio e della lotta per la libertà alle future generazioni. Ma, vediamo.

Per andare a Medicina bisogna passare sempre dall’unico incrocio importante di Pietrabuona, dove si gira a sinistra come per andare a San Quirico.  Dopo poche decine di metri si prende ancora la deviazione a sinistra per salire su verso il paesino che desideriamo visitare.

Fatti cento metri troviamo sulla destra la Fattoria Pietrabuona della quale avevamo già sentito parlare. Secondo le voci, Il suo olio d’oliva è squisito ma, soprattutto, vende prosciutti provenienti da cinghiali allevati o meglio tirati su allo stato brado, in buona parte con castagne. Tutta la zona, fino a Medicina e oltre è coperta da castagneti carichi di frutti. C’è ne sono così tanti che bastano sia a sfamare, appunto, i cinghiali, sia a produrre la farina di castagne, prodotto tipico e molto apprezzato della regione. Qualche cosa mi dice che al ritorno ci fermeremo per commettere un peccato di gola o due.

A differenza della strada  sommersa da boschi più o meno puliti che porta a Sorana o a San Quirico, qui ci accostano centinaia se non migliaia di olivi potati con sapiente cura e l’erba negli oliveti è tagliata quasi come se fosse un giardino. Poco prima dell’arrivo, a destra notiamo  una piccola caverna o stanzetta, una specie di minuscola cappella improvvisata, quasi una Margine come quelle che si trovano sparse su tutto il territorio, solo molto più grande. Nel suo interno appaiono immagini della Vergine con il Bambino, fotografie di Padre Pio, un frate cappuccino proclamato santo, crocifissi, fiori secchi e di plastica, due minuscole sedie e un piccolo tavolo. Tutto è fatto con amorevole cura, secondo la tradizione cattolica; ma, non so proprio perché, ci sembra di rivivere un’antichissimo clima religioso pagano tipico anche della cultura nordica.

Medicina stessa, almeno quel giorno, non sembrava aver molto da offrire se non i vicoli e le case medioevali già ammirati a Sorana e a San Quirico. Eppure, nel corso dei secoli vi sono state durissime battaglie fra Lucca e Firenze per prenderne possesso. Oggi, non si vedeva gente in giro;  perciò abbiamo pensato di proseguire a piedi sulla strada principale asfaltata che portava fuori dal paese, trasformandosi poi in un largo sentiero comunque percorribile da una fuori strada. Medicina si trova sul cocuzzolo di una montagna che guarda sulla destra verso la Valleriana e, infatti, alcuni paesi sono ben visibili. Sulla sinistra, invece, dietro gli alberi, in basso, presumevamo doveva essere possibile vedere, se non addirittura raggiungere, Pietrabuona. Per capire se la nostra supposizione era giusta pensavamo bastasse proseguire sulla comoda stradicciola che, ad un certo punto, ci avrebbe regalato una piacevole vista su quello che speravamo di scorgere.  Curva dopo curva dopo curva ci aspettavamo il momento ma curva dopo curva dopo curva ci siamo resi conto che ho avremmo dovuto proseguire con coraggio per forse ore e ore ancora o saremmo dovuti tornare indietro, cercare un abitante del villaggio e farci confermare o smentire la nostra idea di dove esattamente ci eravamo trovati e di che cosa avremo potuto vedere.

Oramai però il sole stava per coricarsi e il paese sembrava proprio disabitato. Il latrato di un cane, il passaggio fugace di un gatto solitario, ma nessun altro cenno di vita. Perciò abbiamo deciso di scendere non senza riprometterci di cercare magari un sentiero partendo da Pietrabuona o da Pescia in direzione Medicina e non all’inverso.

Ci è stato detto che a Luglio a Medicina festeggiano Sant’Anna, la Madre di Maria, alla quale fu dedicata a pochi chilometri dal paese, una cappella ormai quasi distrutta dal tempo. Dopo la funzione religiosa si mangia e si beve e si passa la giornata con giochi e balli. In Agosto è la volta della Sagra con bruschetta e lupini.  Chissà se lì, rilassati e appagati dopo un lauto pasto e qualche bicchiere di vino non riusciremo a prendere contatto con i prodi antenati passato? Vale la pena tentare.

 

Anneliese Rabl x

 

 

 

Pescia e d’intorni: il paesino di Fibialla

 

Il paesino di Fibialla, insieme ad altri nove borghi medioevali, fa parte delle dieci castella della Valleriana conosciuta anche come Svizzera Pesciatina. D’inverno praticamente abbandonato si trasforma invece d’estate in un luogo ambito da turisti provenienti da tutto il mondo. Almeno…

 

 

 

Anneliese Rabl x

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Quirico, tutto da scoprire

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Di fronte alla nostra proprietà, più o meno nascosti da colline e da montagnette, si trovano dei piccoli villaggi sparsi qua e là. Quello più facilmente visibile dalle nostre finestre è Medicina che insieme a Pietrabuona, Aramo, San Quirico, Vellano, Stiappa, Sorana, Fibialla, Castelvecchio e Pontito forma “le dieci castella della Valleriana”.

Castella, dice il vocabolario latino, è il diminutivo di castrum = piccolo accampamento e, infatti, lo spirito d’avventura, la voglia di conquista e una certa litigiosità innata delle popolazioni hanno reso necessario proteggere le famiglia e i loro beni per centinaia di anni dietro a poderose mura fortificate.

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Oggi queste anime irrequiete hanno limato le corna e placcato l’aggressività; perciò la vita nelle castella si svolge pacifica e serena. A volte forse anche troppo tanto che questa tranquillità simile alla noia totale ha spinto molti giovani a lasciare casa e famiglia per cercare altrove fortuna e una vita più allegra e movimentata. Sono rimasti gli anziani e i paesini rischiano di cadere in un inesauribile abbandono.

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Quello che, almeno per ora, li salva da questa triste fine è il periodo estivo durante il quale i parenti sono soliti riunirsi ai propri cari; è anche il momento in cui i vicoli e i borghi vengono presi d’assalto dai turisti di tutto il mondo in cerca di aria pura, di pace, di tranquillità e, perché no, desideroso di tuffarsi per qualche momento in un po’ di autentica storia medioevale. Cene, feste sontuose, manifestazioni e ricorrenze tradizionali durante tutto l’anno, invece, fanno si che i piccoli insediamenti non vengono dimenticati.

A fine Dicembre 2016 si è presentata l’occasione per fare una capatina a San Quirico. Pescia dista un quarto d’ora di macchina, perciò il luogo è velocemente raggiungibile.

La pro loco aveva organizzato un grande fuoco accompagnato da bistecche, rosticciana e salsicce alla griglia, seguito da necci, un dolce a base di farina di castagne, di solito servito con crema di nocciole o ricotta. Il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino.

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Siamo arrivati per l’ora di cena e, difatti, ci aspettava un grande falò per riscaldare le mani gelate ed per creare un’atmosfera di vecchi tempi ormai perduti.

Mentre facevamo la fila davanti alla cassa, sentii due vecchietti  scambiarsi ricordi del passato, quando i grandi fuochi erano più solenni e avevano un significato profondo. Si accendevano per tenere lontani demoni,  animali selvatici e negatività. Le vigorose fiamme dovevano cacciare l’inverno e fare posto alla primavera. Le ceneri si sarebbero trasformate in un ottimo concime che avrebbe permesso alla nuova vegetazione di crescere forte e sana.

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Noi avevamo più che altro fame, tanta tanta fame, perciò osservare le fiamme spegnersi intorno alle griglie per dare posto ad un letto scintillante di brace, indispensabile per la buona riuscita delle pietanze in programma, ci rassicurava e ci faceva felici.

La cena era ottima e, poiché a San Quirico si trova anche un bar ben fornito dove prendere il caffè del dopo cena accompagnato da un digestivo, ci sentivamo davvero soddisfatti. Venire poi a conoscenza che la prossima festa di paese si sarebbe tenuta a Febbraio per il Carnevale, seguito da altre manifestazioni sempre con cena preparata dalle “vecchie querce” del paese, ci ha fatto capire che ricordare San Quirico avrebbe fatto bene sia al piccolo accampamento che a noi. Grazie per averci ospitati!

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Mi rendo conto che ne parole ne foto saranno mai in grado di rievocare il profumo della legna che bruciava, l’odore inconfondibile della carne sulla brace, le gocce di grasso che cadevano nel fuoco per sciogliersi sfrigolando nel calore. Ancora meno saprei descrivere a pieno il rustico, quasi grezzo ma delizio sapore di un neccio cotto fra due piastre riscaldate e leggermente oliate, dette stiacce. Ma esiste una versione che permette di prepararlo in modo altrettanto gustoso ovunque siate. Servono

500 gr. di farina di castagne, possibilmente macinata a pietra

Acqua quanto basta per ottenere un’ impasto non troppo liquido 

1/2 bicchiere di olio d’oliva

Un pizzico di sale

Un cucchiaio di zucchero

Pinoli

Uva sultanina rinvenuta nell’acqua 

Rosmarino

Mescolare la farina nell’acqua. Aggiungere l’olio, il sale e lo zucchero. Versare in una teglia oliata, distribuirvi pinoli, uvetta e aghi di rosmarino. Cospargere la superficie con qualche goccia di olio d’oliva. Cuocere in forno ben caldo per circa 45 minuti. Servire con ricotta o con crema di nocciole. Ottimo sia caldo che freddo.

Anneliese Rabl x

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Carnevale di Viareggio – dietro le quinte

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Che cosa fare a fine inverno quando le giornate fredde non se ne sono ancora andate? Quando la primavera, pur facendo spuntare qualche fogliolina verde qua e là, non è ancora abbastanza forte da sbizzarrirsi a pieno con i colori vivaci e i dolci profumi dei mesi di marzo, aprile e maggio? Si può andare a sciare; oppure stare a casa e godersi un bel libro. Ci si potrebbe anche dedicare ai saldi di fine stagione. In effetti, non è male andare per negozi, comprare appaganti ma talvolta oggetti superflui a compenso di quotidiane frustrazioni, il tutto seguito da una passeggiata con due chiacchiere e dopo, un bel caffè o una tazza di tè.

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Già da tempo, avevamo accarezzato l’idea di visitare il carnevale di Viareggio, conosciuto come uno dei più belli non solo in Italia ma anche in Europa. Il problema per noi o meglio per me è che non amo stare in mezzo ad una folla allegra e chiassosa che non mi permette di andare né avanti né indietro. Mi manca l’aria e il bisogno di lasciare la massa diventa urgentissimo. So che mi privo di un un’esperienza pazzesca, ma ognuno deve fare del suo meglio con quello che ha o è. È chiaro però che non ho rinunciato all’idea di andarci e, prima o poi, lo farò!

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Quando abbiamo letto che quest’anno era prevista l’apertura al pubblico degli hangar, un’areale chiamato “cittadella”, dove artisti ispirati e fantasiosi ideano, progettano, costruiscono e assemblano i carri delle sfilate carnevalesche, non abbiamo perso tempo. Il 12 Febbraio del 2017, prima Domenica di Carnevale (l’uscita precedente era stato annullata per la pioggia), alla ore 9.30 h eravamo davanti ai cancelli pronti ad entrare per scoprire i segreti dei grandiosi carri, protagonisti assoluti della manifestazione.

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Il primo impatto era imprevisto e notevole. Tanta altra gente aveva accarezzato la nostra stessa idea; non eravamo proprio gli unici a voler visitare le fucine di estro e di creatività. Tuttavia regnava molta tranquillità e niente confusione. Chi, guardandosi intorno, avrebbe mai potuto immaginarsi uno spettacolo del genere? Personaggi della vita pubblica, dell’arte e della politica, ridotti ad amene e brillanti caricature sistemati in colorate scenografie di dimensioni mozzafiato, aspettavano su carri disposti in fila ordinata la partenza verso i viali a mare, quelli che, come dice il nome, accostano il mare.  È’ li che, dopo tre colpi di cannone, si sarebbe svolta la sfilata che gli abitanti di Viareggio aspettano con impazienza da un anno intero. Il posto dove, almeno per ora, non sono ancora riuscita ad andare.

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Il generosissimo impiego dei colori, le applicazioni di lustrini, ruches e frange, i fiori e gli animali in carta pesta, tutto il necessario insomma per abbellire i carri lasciano sopraffatti. Per non parlare di come ci si sente piccoli di fronte alle immense sculture che si innalzano verso il cielo, al di sopra delle nostre teste.

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No, non ci è venuta l’idea di provare a lavorare la cartapesta. Quello che è di fronte a noi è troppo superlativo, non ultimo per le dimensioni.  La curiosità di sapere come i maestri procedono però è forte. Osservando uno degli artefici mentre metteva mano sugli ultimi dettagli non potevamo non chiedere se ci avrebbe svelato  qualche segreto di tanta spettacolarità e su come fanno a creare simili meraviglie.

 

La procedura di per se sembrerebbe facile; si fa per dire. Dopo aver realizzato uno schizzo di una buona idea, si crea un modello in argilla sopra il quale si versa una colata di gesso. Una volta indurito si otterrà un calco il cui interno, vuoto, viene modellato con chili e chili di strisce di carta inzuppate in colla a base di acqua e farina, cotta e raffreddata, rafforzata con fibre di iuta. Quando l’interno sarà completamente asciutto si elimina il modello in argilla e si avrà il calco desiderato in leggerissima cartapesta, pronta per essere dipinta con tempera o colori acrilici.

Molto più impegnativo è riuscire a creare i meccanismi che permetteranno alle opere  di battere cigli, aprire o chiudere occhi o fauci, girare la testa, muovere  orecchie, mani, piedi o coda, in base al copione della figura progettata. La magia avviene attraverso un ben studiato piano di funi da tendere o da allentare, dei computer e diversi ingegni meccanici. Nel caso di carri grandi, alti, diciamo diciotto o venti metri e larghi dieci o dodici, servono da quattro a otto paia di braccia forzute capaci di far muovere tutta la statua per svariate ore. Tanto di cappello!

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È’ arrivata l’ora di partire. Le macchine, fuoristrada e trattori usati per trainare i carri si mettono in moto verso la loro destinazione. Dopo neanche un quarto d’ora, tutto lo spettacolo si è concluso e con esso la folla si è dileguata.

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Tempo di curiosare dietro gli hangar dove troviamo una specie di cimitero delle statue dismesse: una maschera enorme, teste mozzate, mani tagliate, una cornucopia e mezza, due ombrelloni, un carosello con maialini travestiti; reliquie anche esse non prive di fascino.

Non rimarrebbe che andare a pranzo (la città di Viareggio è anche conosciuta per gli ottimi piatti a base di pesce) e, dopo il dolce e un buon caffè aspettare gli agognati tre colpi di cannone. Per oggi saltiamo; di emozioni ne abbiamo avute in abbondanza. Ci sarebbero però altri tre appuntamenti da non perdere. Abbiamo sentito che quest’anno i costumi dei figuranti sono particolarmente belli. Chissà…

Anneliese Rabl x

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L’ortica non è solo pungente…

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Quando il sottobosco dà il benvenuto all’elleboro, ai crochi e alle violette, e i noccioli si riempiono di pendule infiorescenze gialle, la stagione delle erbette di campo non è lontana. L’impiego di queste piantine spuntate dalla terra appena uscita dal letargo dell’inverno ha una storia lunghissima. Parte, infatti, migliaia di anni fa cioè quando i nostri antenati si resero conto che, oltre alla cacciagione, anche  frutta, verdura e le prime pianticelle dell’anno potevano essere gustose e piacevoli da mangiare. Le foglioline e le radichette facevano parte integrante sia del cibo di tutti i giorni, sia dei rimedi contro malattie. All’occorrenza ricoprivano addirittura il ruolo di piante quasi magiche, fondamentali per scongiurare negatività e sfortuna.

Chi ha avuto il privilegio di assaggiare questo primo verde tenero e fresco, cotto o crudo in base alla ricetta, deve passare dalla Toscana a fine inverno o viverci e così godere  appieno della buona e genuina cucina della regione. Qui, ovviamente, l’insegnamento di come raccogliere i piccoli tesori è tramandato in gran segreto da nonna a madre a figlia. Le pianticelle non si trovano quasi mai nei banchi frigoriferi dei supermercati e gustare un piatto a base di erbette di campo è davvero un’esperienza da non perdere.

Come accennato, non è facile trovare persone esperte in grado di distinguere  le giuste varietà in un prato ricco di vegetazione nuova di zecca. Da un lato bisogna  stare attenti a non raccoglierle vicino a strade trafficate, terreni inquinati o troppo fertilizzati; dall’altro lato, invece, è importantissimo sapere scegliere fra quelle commestibili e quelle non commestibili o, addirittura, velenose.

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Noi, per cominciare, abbiamo deciso di andare sul sicuro con una pianta che cresce praticamente in tutto il mondo e che si fa riconoscere; se si tocca in modo distratto causa un forte bruciore che dura più o meno ventiquattro ore: l’ortica.

L’ortica è stata apprezzata dagli antichi Greci e Romani e da tutti i popoli dopo di loro arrivando fino ai giorni nostri. Corre voce che già molto molto prima, addirittura il re babilonese Nabukodonosor si sia cibato per sette anni esclusivamente di ortica. Lì per lì può sembrare terribile, o perlomeno monotono, ma se prendiamo in considerazione ripieni fatti di ortica, salse, sughi, torte salate, insalate, frittate, risotti, focacce farcite e così via, tutta la storia diventa più credibile (e sopportabile per il palato…).

Sotto il nostro melo più bello, vicino all’altalena, c’è un piccolo spazio preso da sempre in ostaggio dall’ortica che fino ad oggi non siamo riusciti ad estirpare. Perciò, le abbiamo proposto un accordo: a fine inverno raccogliamo le fronde tenere delle piante testarde che non vogliono lasciare lo spazio occupato per permetterci di fare un sugo di ortica ottimo per condire pasta, riso o gnocchi. In cambio la lasciamo vegetare, moltiplicarsi e crescere in pace. Avremo fatto bene?

 

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Sugo di ortica (4 persone)

500 gr. di ortica appena raccolta (noi da sotto il melo…)

  • 1 barattolo di pelati
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale
  • Pepe
  • Parmigiano reggiano a piacere

Puliamo, laviamo, asciughiamo e sminuzziamo l’ortica mettendola in una padella con olio extravergine d’oliva; facciamo soffriggere per pochi minuti. Aggiungiamo il pomodoro con un poco di sale e di pepe e lasciamo cuocere a fuoco lento per quindici, venti minuti circa. Il risultato è un gustosissimo sughetto particolarmente piacevole su riso, pasta o gnocchi; parmigiano reggiano grattugiato a piacere.

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Anneliese Rabl x

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