Alla ricerca di Sorana e dei suoi fagioli

Dopo la serata a San Quirico in mezzo a falò, salsicce, rosticciana, castagnaccio e buona compagnia, la curiosità di scoprire un’altra delle dieci castella della valleriana è irresistibile.

Ne rimangono altre nove: Pietrabuona, Aramo, Vellano, Stiappa, Sorana, Fibialla, Castelvecchio e Pontito. Che fare? In base a che cosa scegliere e, soprattutto, a chi l’onore? Eravamo in disaccordo perciò abbiamo deciso di affidarci al fato, vale a dire tirare a sorte, aprire la mappa della zona, chiudere gli occhi e puntare con il dito su un punto qualsiasi. Il paesino più vicino portava il nome “Sorana” ed eravamo pronti a partire per nuove scoperte.

   

La strada verso Sorana, fra l’altro uguale per tutti paesini della Valleriana, passa da Pietrabuona, ma mentre all’unica grande curva del villaggio si gira a sinistra per andare a San Quirico, Medicina, Fibialla e Aramo, per raggiungere Sorana è necessario prendere la strada a destra. Fatto qualche chilometro si prende la deviazione a sinistra e poi si seguono le indicazioni per Sorana.

Lungo tutto il tragitto ci accompagna il “Pescia”, un torrente vigoroso nato da due rami, il cosiddetto Pescia di Calamecca che scende dalle montagne pistoiesi, l’altro dal torrente Pescia di Pontito (uno delle dieci castella) per riunirsi a Sorana in un solo fiume che corre verso la città di Pescia. 

È la zona delle cartiere che qui una volta trovavano in abbondanza legno e acqua, elementi di base nella produzione di carta per imballaggi di tutti i tipi oltre che libri di gran lusso, carta da lettera pregiata, perfino quella filigranata delle banconote. Per decenni il ramo industriale era molto redditizio poi però fu abbandonato con l’arrivo della plastica, con l’andare fuori moda dello scrivere con carta e penna, con il leggere sempre meno e infine, con l’utilizzo delle carte di credito al posto del denaro vero. Anche se oggi, a parte qualche cartiera rimasta qua e là, il settore è praticamente morto, non possiamo non sentirci intrigati scoprendo che le partecipazioni nuziali di Napoleone Bonaparte e di Giuseppina Beauharnais sono state stampate proprio in una cartiera qui lungo questo torrente e la strada che siamo percorrendo per andare a Sorana. Chissà se non esiste un museo dove poter approfondire l’argomento.

Passando da un rudere all’altro siamo arrivati alla prossima curva da prendere verso sinistra. Il cartello “da Sandrino” ci fa capire che non abbiamo sbagliato strada. La trattoria è fra le più apprezzate dagli abitanti di Pescia e d’intorni, conosciuti per essere buongustai assoluti, perciò c’è da fidarsi.

Subito dopo la curva però ci fermiamo perplessi. Va bene che siamo in collina, va bene anche che la Toscana si trovi su roccia franosa, ma undici indicatori stradali, tutti assieme, farebbero venire a chiunque il dubbio se proseguire o meno. Troviamo infatti davanti a noi allegramente (o anche no) allineati… segnale di pericolo, doppia curva, foresta facilmente infiammabile, banchina cedevole, caduta massi, strada sdrucciolevole…per non parlare degli avvertimenti per chi, come noi, decidesse di voler proseguire durante il periodo invernale. Siamo impavidi, perciò proseguiamo. 

Dopo pochi metri ci rendiamo conto che Sorana non può essere lontano perché un po’ ovunque lungo la strada troviamo campi solitari, quasi abbandonati,  che però danno la chiara sensazione di essere stati lavorati e che verranno coltivati ancora non appena la stagione lo permetterà. Ben raggruppati troviamo infatti canne, reti finissime e corda che servono per costruire una specie di impalcatura sulla quale una particolare varietà di fagiolo potrà crescere in santa pace. Si tratta del fagiolo di Sorana, un prodotto IGP (indicazione geografica protetta). Questo significa che è originario della zona, che le sue caratteristiche inconfondibili sono da attribuirsi proprio a questa area e che la produzione avviene tassativamente nella zona geografica citata. 

Non siamo grandi amatori di fagioli, ma le lodi riguardo a questa prelibatezza sono  così invitanti che assaggiarle si presenta come un’esperienza da non perdere. Secondo la loro fama, la buccia sarebbe fine come quella delle cipolle, il sapore oltremodo gustoso e il legume così speciale da non creare nessun tipo di problema alla digestione come meteorismo e simile. Una panacea, insomma.

Dopo qualche altro chilometro e un paio di curve a destra siamo arrivati nel paese che si scopre bello e caratteristico come San Quirico è, presumiamo, le altre castella della cosiddetta “Svizzera pesciatina”. La vista è davvero suggestiva. Le case dei piccoli paesini medioevali intorno si aggrappano l’una all’altra quasi a cercare un reciproco sostegno, offrendo l’impressione di compattezza e di forza. Si sente letteralmente quanto, nel passato, deve essere stato difficile, se non impossibile, conquistarle. 

Finito il giro volevamo gustare un piatto di fagioli ma Sorana purtroppo ospita solo un circolo, una specie di piccolo bar rustico frequentato per la maggiore da uomini che bevono un bicchiere o anche due o tre, discutano molto animatamente di calcio e di politica e giocano a carte. La trattoria da Sandrino aveva il giorno di riposo e non ci rimaneva che tornare a casa a pancia vuota.

           

Ma non sia mai detto che non siamo tenaci! Se degustazione deve essere che sia; seguendo la tradizione però! Forniti del necessario ci siamo buttati nell’avventura, non senza rispetto per il prodotto prelibato assai costoso davanti a noi ed una certa irrequietezza. Saremo stati in grado di eseguire la ricetta ad arte? Vediamo che cosa serve:

Fagioli di Sorana IGP secchi, un goccio di olio d’oliva, poca acqua, un rametto di salvia, un paio di spicchi d’aglio, sale, pepe o un peperoncino, a piacere. Fin qui niente di particolare. Anche la questione del recipiente di cottura è facilmente risolvibile. Chi non dispone dell’apposita bottiglia a bocca larga può usare anche un fiasco di vino vuoto. Il vero problema si presenta al momento della cottura che tradizionalmente dovrebbe essere fatta nella cenere calda permettendo ai fagioli di cuocere molto, molto lentamente. Basterebbero, così ci è stato detto, appena trenta minuti. Se fossimo vissuti cinquant’anni fa, saremmo stati a cavallo. Avremmo affidato i fagioli al fornaio del paese che, dopo aver cotto il pane nel forno a legna, avrebbe sistemato la nostra bottiglia, attentamente chiusa con un tappo di sughero, insieme a tante altre nella cenere calda. A noi, in mancanza di questa possibilità, non rimane che infilare la bottiglia in una pentola con acqua bollente, abbassare la fiamma e procedere con la cottura lenta, sempre per circa mezz’ora.

È vero che non siamo ghiotti di fagioli e altri legumi ma a nostra sorpresa abbiamo scoperto un contorno veramente ottimo per carne di maiale, lesso, arrosto, pollo o tonno. Anzi, mangiati semplicemente con una fetta di pane generosamente  bagnata di olio d’oliva sono quasi ancora più gustosi!

E poi, non è ancora detta l’ultima parola. Nella nostra proprietà, accanto al barbecue, stiamo costruendo un grande forno a legna per pane e pizza.

Considerando che entrambi gli alimenti sono molto apprezzati dalla nostra famiglia, c’è da immaginarsi quanta cenere sarà a nostra disposizione per finire in bellezza  l’esperimento  “Fagioli di Sorana”. Come dire… chi la dura la vince.

Anneliese Rabl x

Pescia e d’intorni: Medicina

 

 

Per noi, visitare i paesini della Valleriana è diventato come mangiare ciliegie…una tira l’altra. Così, dopo San Quirico e  Sorana è il turno di Medicina.

Se consideriamo nomi come Femina Morta o Malocchio, conferiti a qualche paesino della zona, a Medicina è andata, come dire, di gran lusso. Se non altro perché si potrebbe presumere che il nome derivi dalla parola latina medicina = “luogo dove si medica, ci si cura”. L’origine, tuttavia, non è così scontata. Se chiediamo agli abitanti del piccolo paese spuntano due correnti di pensiero. La prima opta per “antica dimora estiva della famiglia dei Medici”, la seconda suggerisce che grazie al microclima particolarmente favorevole la gente avrebbe soggiornato a Medicina per ristorare corpo e anima.

    

È il borgo dove un valoroso combattente, Francesco Ferrucci,  pernottò il giorno prima della famosa battaglia di Gavinana ben nota ai Toscani, nel lontano 1530. Le vicende belliche e politiche di quel periodo storico furono assai complicate. A molti stranieri, anche a noi del resto, la storia della Toscana non è molto nota;  ci basti sapere che si trattava di uno scontro molto serio per cercare di liberare la città di Firenze dall’assedio della  famiglia dei Medici. 

 

Ferrucci era conosciuto come testa calda, poco tollerante e ancora meno benevole verso gli altri. Ma era anche un uomo coraggioso e un guerriero fiero e valoroso che si arrese solo ultimo e per forza, colpito mortalmente dal nemico quando giaceva già ferito a terra. Chissà se su, a Medicina, c’è ancora qualche ricordo del suo passaggio? Non tanto un dipinto, una statua o simili, ma qualche cenno del suo carattere che potrebbe aver impressionato un abitante del villaggio a tal punto da ispirarsi e da tramandare il valore del coraggio e della lotta per la libertà alle future generazioni. Ma, vediamo.

Per andare a Medicina bisogna passare sempre dall’unico incrocio importante di Pietrabuona, dove si gira a sinistra come per andare a San Quirico.  Dopo poche decine di metri si prende ancora la deviazione a sinistra per salire su verso il paesino che desideriamo visitare.

Fatti cento metri troviamo sulla destra la Fattoria Pietrabuona della quale avevamo già sentito parlare. Secondo le voci, Il suo olio d’oliva è squisito ma, soprattutto, vende prosciutti provenienti da cinghiali allevati o meglio tirati su allo stato brado, in buona parte con castagne. Tutta la zona, fino a Medicina e oltre è coperta da castagneti carichi di frutti. C’è ne sono così tanti che bastano sia a sfamare, appunto, i cinghiali, sia a produrre la farina di castagne, prodotto tipico e molto apprezzato della regione. Qualche cosa mi dice che al ritorno ci fermeremo per commettere un peccato di gola o due.

A differenza della strada  sommersa da boschi più o meno puliti che porta a Sorana o a San Quirico, qui ci accostano centinaia se non migliaia di olivi potati con sapiente cura e l’erba negli oliveti è tagliata quasi come se fosse un giardino. Poco prima dell’arrivo, a destra notiamo  una piccola caverna o stanzetta, una specie di minuscola cappella improvvisata, quasi una Margine come quelle che si trovano sparse su tutto il territorio, solo molto più grande. Nel suo interno appaiono immagini della Vergine con il Bambino, fotografie di Padre Pio, un frate cappuccino proclamato santo, crocifissi, fiori secchi e di plastica, due minuscole sedie e un piccolo tavolo. Tutto è fatto con amorevole cura, secondo la tradizione cattolica; ma, non so proprio perché, ci sembra di rivivere un’antichissimo clima religioso pagano tipico anche della cultura nordica.

Medicina stessa, almeno quel giorno, non sembrava aver molto da offrire se non i vicoli e le case medioevali già ammirati a Sorana e a San Quirico. Eppure, nel corso dei secoli vi sono state durissime battaglie fra Lucca e Firenze per prenderne possesso. Oggi, non si vedeva gente in giro;  perciò abbiamo pensato di proseguire a piedi sulla strada principale asfaltata che portava fuori dal paese, trasformandosi poi in un largo sentiero comunque percorribile da una fuori strada. Medicina si trova sul cocuzzolo di una montagna che guarda sulla destra verso la Valleriana e, infatti, alcuni paesi sono ben visibili. Sulla sinistra, invece, dietro gli alberi, in basso, presumevamo doveva essere possibile vedere, se non addirittura raggiungere, Pietrabuona. Per capire se la nostra supposizione era giusta pensavamo bastasse proseguire sulla comoda stradicciola che, ad un certo punto, ci avrebbe regalato una piacevole vista su quello che speravamo di scorgere.  Curva dopo curva dopo curva ci aspettavamo il momento ma curva dopo curva dopo curva ci siamo resi conto che ho avremmo dovuto proseguire con coraggio per forse ore e ore ancora o saremmo dovuti tornare indietro, cercare un abitante del villaggio e farci confermare o smentire la nostra idea di dove esattamente ci eravamo trovati e di che cosa avremo potuto vedere.

Oramai però il sole stava per coricarsi e il paese sembrava proprio disabitato. Il latrato di un cane, il passaggio fugace di un gatto solitario, ma nessun altro cenno di vita. Perciò abbiamo deciso di scendere non senza riprometterci di cercare magari un sentiero partendo da Pietrabuona o da Pescia in direzione Medicina e non all’inverso.

Ci è stato detto che a Luglio a Medicina festeggiano Sant’Anna, la Madre di Maria, alla quale fu dedicata a pochi chilometri dal paese, una cappella ormai quasi distrutta dal tempo. Dopo la funzione religiosa si mangia e si beve e si passa la giornata con giochi e balli. In Agosto è la volta della Sagra con bruschetta e lupini.  Chissà se lì, rilassati e appagati dopo un lauto pasto e qualche bicchiere di vino non riusciremo a prendere contatto con i prodi antenati passato? Vale la pena tentare.

 

Anneliese Rabl x

 

 

 

Pescia e d’intorni: il paesino di Fibialla

 

Il paesino di Fibialla, insieme ad altri nove borghi medioevali, fa parte delle dieci castella della Valleriana conosciuta anche come Svizzera Pesciatina. D’inverno praticamente abbandonato si trasforma invece d’estate in un luogo ambito da turisti provenienti da tutto il mondo. Almeno…

 

 

 

Anneliese Rabl x

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ortica non è solo pungente…

 _88I4056

Quando il sottobosco dà il benvenuto all’elleboro, ai crochi e alle violette, e i noccioli si riempiono di pendule infiorescenze gialle, la stagione delle erbette di campo non è lontana. L’impiego di queste piantine spuntate dalla terra appena uscita dal letargo dell’inverno ha una storia lunghissima. Parte, infatti, migliaia di anni fa cioè quando i nostri antenati si resero conto che, oltre alla cacciagione, anche  frutta, verdura e le prime pianticelle dell’anno potevano essere gustose e piacevoli da mangiare. Le foglioline e le radichette facevano parte integrante sia del cibo di tutti i giorni, sia dei rimedi contro malattie. All’occorrenza ricoprivano addirittura il ruolo di piante quasi magiche, fondamentali per scongiurare negatività e sfortuna.

Chi ha avuto il privilegio di assaggiare questo primo verde tenero e fresco, cotto o crudo in base alla ricetta, deve passare dalla Toscana a fine inverno o viverci e così godere  appieno della buona e genuina cucina della regione. Qui, ovviamente, l’insegnamento di come raccogliere i piccoli tesori è tramandato in gran segreto da nonna a madre a figlia. Le pianticelle non si trovano quasi mai nei banchi frigoriferi dei supermercati e gustare un piatto a base di erbette di campo è davvero un’esperienza da non perdere.

Come accennato, non è facile trovare persone esperte in grado di distinguere  le giuste varietà in un prato ricco di vegetazione nuova di zecca. Da un lato bisogna  stare attenti a non raccoglierle vicino a strade trafficate, terreni inquinati o troppo fertilizzati; dall’altro lato, invece, è importantissimo sapere scegliere fra quelle commestibili e quelle non commestibili o, addirittura, velenose.

_MG_7898 _MG_7817

Noi, per cominciare, abbiamo deciso di andare sul sicuro con una pianta che cresce praticamente in tutto il mondo e che si fa riconoscere; se si tocca in modo distratto causa un forte bruciore che dura più o meno ventiquattro ore: l’ortica.

L’ortica è stata apprezzata dagli antichi Greci e Romani e da tutti i popoli dopo di loro arrivando fino ai giorni nostri. Corre voce che già molto molto prima, addirittura il re babilonese Nabukodonosor si sia cibato per sette anni esclusivamente di ortica. Lì per lì può sembrare terribile, o perlomeno monotono, ma se prendiamo in considerazione ripieni fatti di ortica, salse, sughi, torte salate, insalate, frittate, risotti, focacce farcite e così via, tutta la storia diventa più credibile (e sopportabile per il palato…).

Sotto il nostro melo più bello, vicino all’altalena, c’è un piccolo spazio preso da sempre in ostaggio dall’ortica che fino ad oggi non siamo riusciti ad estirpare. Perciò, le abbiamo proposto un accordo: a fine inverno raccogliamo le fronde tenere delle piante testarde che non vogliono lasciare lo spazio occupato per permetterci di fare un sugo di ortica ottimo per condire pasta, riso o gnocchi. In cambio la lasciamo vegetare, moltiplicarsi e crescere in pace. Avremo fatto bene?

 

_88I4054

Sugo di ortica (4 persone)

500 gr. di ortica appena raccolta (noi da sotto il melo…)

  • 1 barattolo di pelati
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale
  • Pepe
  • Parmigiano reggiano a piacere

Puliamo, laviamo, asciughiamo e sminuzziamo l’ortica mettendola in una padella con olio extravergine d’oliva; facciamo soffriggere per pochi minuti. Aggiungiamo il pomodoro con un poco di sale e di pepe e lasciamo cuocere a fuoco lento per quindici, venti minuti circa. Il risultato è un gustosissimo sughetto particolarmente piacevole su riso, pasta o gnocchi; parmigiano reggiano grattugiato a piacere.

_88I4075-001 _88I4081

Anneliese Rabl x

logo_grigio

Alla scoperta della Maremma

_MG_8746-DPP

Dopo l’ultimo blog sul Gigante dell’Appennino, che si può ammirare nel Parco Mediceo di Pratolino, quindi nella direzione opposta da quella che veramente  vogliamo scoprire,  è arrivato il momento di addentrarci dall’altra parte della Toscana, e più precisamente in Maremma.

Anticamente, l’immensa regione era popolata dagli Etruschi. La presenza di fertili ed estese terre collinari, vasti territori minerari e il facile accesso al mare consentirono lo sviluppo di una prosperosa economia. A testimonianza, Vetulonia, una delle città etrusche più ricche, aveva il diritto di battere moneta, più o meno come l’Europa stampa i suoi Euro, gli Americani i dollari, i Cinesi gli yuan e così via.

Nell’arco dei secoli, la Maremma ne ha viste di cotte e di crude, se così si può dire, tanto che fu difesa, perduta, conquistata, divisa, sottomessa, sfruttata, abbandonata, riscoperta e finalmente risanata e messa a nuovo.  Il territorio, inoltre, per molto tempo, rimase coperto da vaste paludi con acquitrini costieri e fiumi senza argini che allagavano il terreno coperto da fitta macchia mediterranea. Regnava grave povertà perché la raccolta delle poche terre destinate all’agricoltura era irrisoria e i pascoli liberi pressappoco inesistenti. In più,  la gente doveva affrontare la malaria che portava via centinaia di migliaia di persone.

_88I8598-DPP

Così, una gran parte della gente sopravissuta lasciò la terra d’origine  nella speranza di trovare altrove un futuro migliore. In pratica, la regione rimase totalmente abbandonata.  Il destino della Maremma iniziò a risollevarsi solamente intorno alla metà del diciottesimo secolo, cioè quando il Granduca Leopoldo II dei Lorena (morto di malaria pure lui) iniziò la bonifica del territorio, terminata sotto il regime fascista di Mussolini intorno alla metà del secolo scorso.

La storia ha profondamente segnato la regione, che è rimasta aspra e selvaggia, dando vita ad una gente spigolosa, fiera e indipendente, dotata di grande coraggio, senso del dovere e di innegabile fascino.

Perciò, quando mi si presentò l’opportunità di partecipare ad un corso di fotografia  organizzato da un vero Maremmano, non seppi resistere. Anche l’argomento che contrastava così tanto con la severità e l’asprezza del luogo mi piacque: orchidee selvatiche. Verso Marzo/Aprile sui campi e sui cigli della nostra azienda agricola spunta qua e la qualche varietà di orchidea;  ma a me interessava in particolare un esemplare che non cresce dalle nostre parti.

_88I8466-DPP

_88I8415-DPP

_88I8438-DPP

Così, una bella mattina di una Domenica di metà  Maggio siamo partiti alle cinque per arrivare in tempo all’appuntamento, fissato per le otto in punto. Il viaggio era tranquillo e rilassante, il tempo gentile e mite; e vedere alzarsi il sole mentre camminavamo spediti verso la nostra destinazione è  ogni volta uno spettacolo che mi lascia senza parole.

Il gruppo di fotografi professionisti e non, era affiatato, forse perché si conoscevano, forse perché avevano già passato la giornata precedente a fotografare e una serata a chiacchierare davanti a gustosi piatti maremmani, magari accompagnati da un buon bicchiere di vino della zona. Noi dovevamo sistemare cane e gatto perciò un pernottamento in Maremma era fuori discussione. Il nostro capogruppo, esperto fotografo e molto pratico della zona, ci fece fare qualche chilometro in macchina per sostare  ad un certo punto e perlustrare il terreno vicino al guardrail. Era andato a colpo sicuro, perché dopo poco ci mostrò le prime orchidee, piccole, insignificanti, lontane anni luce da quello che intendiamo comunemente quando parliamo di orchidee. Il nostro esperto, anzi, erano in due, tuttavia, riuscì a coinvolgerci con le sue spiegazioni riguardo le peculiarità delle pianticelle, le foglie maculate dell’una, i fiori che ricordavano l’addome di un insetto dell’altra, la difficoltà di individuarle.

_88I8472-DPP

Dopo che tutti ebbero fotografato queste prime varietà, i due responsabili ci portarono su una collina ad una distanza di circa cinque, sei chilometri. Il parcheggio improvvisato delle automobili su un campo ci ha regalato una bellissima panoramica sul territorio;  ma la nostra destinazione stava dalla parte opposta della strada. Un prato pieno zeppo di una grande varietà di fiori; praticamente tutti rosa. Incredibile. Mai visto una cosa simile in vita mia. Lì, anche se ostacolati da una forte brezza, abbiamo potuto sbizzarrirci: orchidee fino a perdita d’occhio, per fotografi pieni di buona volontà e speranza che il vento sarebbe cessato, almeno per il tempo di qualche scatto. Personalmente, ho trovato quello che cercavo: l’orchidea purpurea o orchidea maggiore (Orchis purpurea) che, vento sì, vento no, ha pienamente soddisfatto le mie aspettative.

_88I8550-DPP

_88I8561-001

_88I8518-DPP

_88I8514-DPP

Dopo un’oretta e qualche centinaia di foto fra tutti, l’itinerario ci ha portato verso un borgo dove abbiamo acquistato l’occorrente per un pranzo al sacco. Ulteriori pochi chilometri e siamo arrivati alla destinazione finale; un bosco dove ci siamo goduti il nostro “lauto” pasto. La ragione per la quale eravamo finiti in quella selva erano due varietà di orchidee difficilmente riconoscibili come tali. Una bianca, esile, nascosta nel sottobosco; l’altra, spesso in gruppo, marrone, poco più che erbaggio secco per un essere umano normale (che gli organizzatori mi perdonino). Anche averle fotografato con lenti particolari non le ha rese più spettacolari. Ahimè.

Ormai era tardo pomeriggio. I fotografi volevano fare ancora qualche scatto di  “rettili”: una lucertola, un millepiedi, un biacco, una vipera; quel che c’era c’era. Per me no, grazie. Ora che ci penso, forse un ramarro sì, innocuo e dallo spettacolare colore verde smeraldo;  ma quel pomeriggio nessun esemplare si fece vedere.

_88I8633-DPP _88I8669-DPP

_88I8733-DPP

Tempo di tornare a casa. La giornata è stata bella, interessante e  divertente e le varietà di  orchidee davvero sorprendenti. Non mi  sarei mai aspettata tanta delicata ed effimera bellezza in un posto così selvaggio. Anche gli organizzatori mi hanno sorpreso:  aperti, gentili, pazienti, tolleranti … e vegani; forse un po’ lontani dall’immagine del Maremmano verace ma che dire? I tempi cambiano.  Alla prossima … !

Anneliese Rabl x

logo_grigio