Il buon cibo italiano

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Chi conosce gli italiani sa che per loro una vita senza cibo non avrebbe senso. Con “cibo”, ovviamente, intendo non tanto alimenti necessari per il corretto funzionamento del nostro organismo, bensì prodotti agricoli, carne, pesce  e quant’altro possa servire per cucinare con amore piatti ricchi di gusto, capaci di  farci sognare, oltre che appagare i nostri sensi.

Quale potrà mai essere l’origine di un connubio così perfetto? Non lo so ma frugare nel passato di questo popolo mediterraneo dal palato super fino potrebbe svelare qualche risposta. 

Se andiamo indietro di diciamo 1500 o 2000 anni scopriamo che gli antichi Romani si coccolavano con cibi prelibatissimi dal gusto oggi forse discutibile come, ad esempio,  lingua di usignolo o di pappagallo in umido o gru arrostito. Anche il garum, una salsa piccantissima a base di pesce putrido assai apprezzata non sarebbe certo una leccornia che ai giorni nostri ci potrebbe far sognare. Sta di fatto però, che i cuochi ispirati di allora erano in grado di trasformare praticamente qualsiasi alimento in una vera e propria opera d’arte culinaria commestibile. Il famoso Apicio  ne è un esempio. Certo, parliamo di un altro mondo; i cuochi odierni non si toglierebbero la vita se una materia prima non arrivasse in tempo o se un piatto non corrispondesse alle aspettative dei commensali…

Ricordiamoci che a quei tempi una buona parte del mondo mangiava per la maggiore carne cruda, o tutt’al più abbrustolita su un fuocherello di campagna. Quindi si potrebbe sostenere con prudenza che il cibo italiano è buono perché ha dalla sua una lunghissima esperienza.

Poi guardiamoci la carta geografica. Salta subito all’occhio che il paese è piccolo, composto di svariate province con clima diverso per cui anche le piante alimentari si differenziano assai. Così le ricette e, del resto, anche le persone: più o meno vivaci, orgogliose, fantasiose ma sempre pronte a sostenere che in tutta Italia si mangi bene ma che la loro cucina sia appena appena più buona di quella delle altre regioni. Questo significa ricerca di materie prime di ottima qualità, possibilmente rare o poco usate; imparare come prepararle, conservarle, con quali spezie o erbe aromatizzarle, come renderle anche esteticamente belle. Una tradizione da passare da madre in figlia, da generazione in generazione.

Come confermare la veridicità della mia tesi? Avevo sentito che a Greve nel Chianti si trovi Falorni, un’antica macelleria con tradizionale produzione propria di carni e di insaccati da far battere forte il cuore degli amanti di prosciutto, finocchiona, e salsiccia. Ci sarebbe stata anche una “grotta” per i formaggi e, poco distante, una ragguardevole cantina  provvista di ogni ben di Dio, alcolicamente parlando. 

Non abbiamo perso tempo e alla prima occasione siamo partiti per Greve in Chianti dove, non so proprio come, ci siamo ritrovati ad un banchetto degno degli dei dell’Olimpo. Cerere ha lasciato il grano per pane e schiacciata. Artemide ha fornito le migliori carni e la selvaggina; Bacco si è messo accanto a noi per assicurarsi che il suo coppiere Ganimede adempisse con cura ai suoi doveri verso i convitati.

Come abbiamo mangiato? Divinamente…

Anneliese Rabl x

 

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