San Quirico, tutto da scoprire

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Di fronte alla nostra proprietà, più o meno nascosti da colline e da montagnette, si trovano dei piccoli villaggi sparsi qua e là. Quello più facilmente visibile dalle nostre finestre è Medicina che insieme a Pietrabuona, Aramo, San Quirico, Vellano, Stiappa, Sorana, Fibialla, Castelvecchio e Pontito forma “le dieci castella della Valleriana”.

Castella, dice il vocabolario latino, è il diminutivo di castrum = piccolo accampamento e, infatti, lo spirito d’avventura, la voglia di conquista e una certa litigiosità innata delle popolazioni hanno reso necessario proteggere le famiglia e i loro beni per centinaia di anni dietro a poderose mura fortificate.

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Oggi queste anime irrequiete hanno limato le corna e placcato l’aggressività; perciò la vita nelle castella si svolge pacifica e serena. A volte forse anche troppo tanto che questa tranquillità simile alla noia totale ha spinto molti giovani a lasciare casa e famiglia per cercare altrove fortuna e una vita più allegra e movimentata. Sono rimasti gli anziani e i paesini rischiano di cadere in un inesauribile abbandono.

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Quello che, almeno per ora, li salva da questa triste fine è il periodo estivo durante il quale i parenti sono soliti riunirsi ai propri cari; è anche il momento in cui i vicoli e i borghi vengono presi d’assalto dai turisti di tutto il mondo in cerca di aria pura, di pace, di tranquillità e, perché no, desideroso di tuffarsi per qualche momento in un po’ di autentica storia medioevale. Cene, feste sontuose, manifestazioni e ricorrenze tradizionali durante tutto l’anno, invece, fanno si che i piccoli insediamenti non vengono dimenticati.

A fine Dicembre 2016 si è presentata l’occasione per fare una capatina a San Quirico. Pescia dista un quarto d’ora di macchina, perciò il luogo è velocemente raggiungibile.

La pro loco aveva organizzato un grande fuoco accompagnato da bistecche, rosticciana e salsicce alla griglia, seguito da necci, un dolce a base di farina di castagne, di solito servito con crema di nocciole o ricotta. Il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino.

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Siamo arrivati per l’ora di cena e, difatti, ci aspettava un grande falò per riscaldare le mani gelate ed per creare un’atmosfera di vecchi tempi ormai perduti.

Mentre facevamo la fila davanti alla cassa, sentii due vecchietti  scambiarsi ricordi del passato, quando i grandi fuochi erano più solenni e avevano un significato profondo. Si accendevano per tenere lontani demoni,  animali selvatici e negatività. Le vigorose fiamme dovevano cacciare l’inverno e fare posto alla primavera. Le ceneri si sarebbero trasformate in un ottimo concime che avrebbe permesso alla nuova vegetazione di crescere forte e sana.

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Noi avevamo più che altro fame, tanta tanta fame, perciò osservare le fiamme spegnersi intorno alle griglie per dare posto ad un letto scintillante di brace, indispensabile per la buona riuscita delle pietanze in programma, ci rassicurava e ci faceva felici.

La cena era ottima e, poiché a San Quirico si trova anche un bar ben fornito dove prendere il caffè del dopo cena accompagnato da un digestivo, ci sentivamo davvero soddisfatti. Venire poi a conoscenza che la prossima festa di paese si sarebbe tenuta a Febbraio per il Carnevale, seguito da altre manifestazioni sempre con cena preparata dalle “vecchie querce” del paese, ci ha fatto capire che ricordare San Quirico avrebbe fatto bene sia al piccolo accampamento che a noi. Grazie per averci ospitati!

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Mi rendo conto che ne parole ne foto saranno mai in grado di rievocare il profumo della legna che bruciava, l’odore inconfondibile della carne sulla brace, le gocce di grasso che cadevano nel fuoco per sciogliersi sfrigolando nel calore. Ancora meno saprei descrivere a pieno il rustico, quasi grezzo ma delizio sapore di un neccio cotto fra due piastre riscaldate e leggermente oliate, dette stiacce. Ma esiste una versione che permette di prepararlo in modo altrettanto gustoso ovunque siate. Servono

500 gr. di farina di castagne, possibilmente macinata a pietra

Acqua quanto basta per ottenere un’ impasto non troppo liquido 

1/2 bicchiere di olio d’oliva

Un pizzico di sale

Un cucchiaio di zucchero

Pinoli

Uva sultanina rinvenuta nell’acqua 

Rosmarino

Mescolare la farina nell’acqua. Aggiungere l’olio, il sale e lo zucchero. Versare in una teglia oliata, distribuirvi pinoli, uvetta e aghi di rosmarino. Cospargere la superficie con qualche goccia di olio d’oliva. Cuocere in forno ben caldo per circa 45 minuti. Servire con ricotta o con crema di nocciole. Ottimo sia caldo che freddo.

Anneliese Rabl x

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L’Italia si racconta

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Tutti gli anni, ispirati produttori di gran cibo si incontrano per dare a noi, persone tutto sommato novelline nel vero mondo culinario, l’opportunità di assaggiare gustosi prodotti tipici provenienti dalle svariate regioni del bel paese. Quest’anno una delle manifestazioni, la Food Art Italy, si è tenuta il 19 e il 20 Febbraio 2017 a Pisa e abbiamo deciso di partecipare.

Queste occasioni possono essere affrontate in diversi modi. Alcuni sembrano trovarsi di fronte ad una vera e propria corsa ad ostacoli dove si percorre una certa distanza: la grande sala carica di ogni ben di dio, interrotta da barriere: stands gastronomici disposti a distanze più o meno costanti, nel minor tempo possibile; senza ovviamente cedere ad alcuna tentazione.  Altri vivono gli incontri come gradita opportunità di rifornirsi di carezze per l’anima, di rimedi contro stress, malinconia, noia è così via. Per i più sfortunati, cioè quelli a dieta, l’unica fonte di salvezza è un veloce dietro front davanti all’ingresso. È probabile che solo esperti, vaccinati contro ogni tentazione, sapranno uscire dall’esperienza abbastanza indenni.

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La location della Food Art Italy era molto suggestiva. Si trattava infatti degli arsenali repubblicani, edifici destinati in passato, cioè svariati secoli fa, alla realizzazione e alla riparazione delle galere dell’antica Repubblica di Pisa. Ci sarebbe sicuramente da raccontare una storia affascinante. Non oggi, però.

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Appena varcato l’ingresso, fra l’altro gratuito, abbiamo visto le prime botteghe su quattro ruote ben fornite di tentazioni di ogni genere. Pasta fritta in olio d’oliva, morbidi gnocchi, croccanti schiacciate con strutto appena sfornate. Non potevano certo mancare Hamburger belli alti, dal profumo inebriante per gli amanti della carne, serviti da un gruppo di giovani pisani allegri e spensierati. Tutto da gustare comodamente seduti su panchine davanti a semplici tavoli di legno accanto a gente mai vista prima. D’altronde, in quale altro modo si potrebbe mai vivere un evento culinario così sublime?

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Dopo questa prima sosta una freccia rossa indicava di scendere giusto verso un delizioso carretto rosa, quasi una casa di bambole, dove scegliere fra una vasta gamma di dolcetti preparati con amorosa cura. Ci era sembrato saggio saltare la fermata e proseguire; lo spuntino appena concluso non era stato dei più leggeri…

Davanti all’ingresso principale si vendevano rose, agrumi e fiori, perfetti per abbellire un balcone, un giardino o una aiuola sotto casa. Inoltre c’era una notevole varietà di  erbe aromatiche. I più maligni potrebbero obbiettare che si trattasse di erbette in grado di rimediare ai danni poco prima causati alla nostra silhouette. Maligni o meno, è rassicurante sapere che esistono piante per dimagrire, per rilassarsi, per digerire, per tonificarsi e per renderci più belli.

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Appena entrati nel vero tempio dei sapori ci siamo trovati di fronte ad uno stand con prodotti a base di chiocciole. Le nostre reazioni erano contrastanti. Da un lato ci dava una certa soddisfazione sapere che la mal tollerata armata di distruttori di foglie verdi e succulente commestibili o meno potevano avere una reale utilità nello sfamare gli essere umani. Dall’altro lato ci dispiaceva per le poverette. Ma eravamo anche colpiti: quando mai in Toscana sono state mangiate chiocciole? In tempi di carestia? Poi ci siamo ricordati la sublime cucina francese che non disdegna questi succulenti molluschi proponendoli in gustosissimi modi. I barattoli in vendita sembravano contenere le stesse prelibatezze. I più coraggiosi avevano l’opportunità di acquistare addirittura le chiocciole vive, addormentate, in reti più o meno come cozze o vongole con tanto di istruzioni su come cucinarle. Noi eravamo fra questi…

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Dalla postazione accanto sentivamo un leggero profumo che sembrava ma non era di aglio bensì del ben più nobile tartufo, ricercata prelibatezza toscana conosciuta in tutto il mondo. Insieme a qualche esemplare fresco (d’inverno si trovano solo quelli neri) ammiravamo una  generosa proposta di prodotti lavorati: olio, burro, salse, pasta e sughi, tutti a base di tartufo.

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Ormai il ghiaccio era sciolto. I profumi e i colori, oltre che il buon umore e l’allegria, insieme all’accoglienza calorosa da parte degli espositori avevano spazzato via ogni nostra resistenza. Così, assaggio dopo assaggio dopo assaggio ci siamo addentrati sempre più nel mondo delle salsicce e dei prosciutti, della pasta e del riso, del pane, delle salse e dei sughi, dei formaggi, delle birre artigianali, dei vini e delle grappe, dei tè, delle erbe aromatiche e delle spezie.

Ad ogni postazione abbiamo trovato personale altamente qualificato desiderosi di spiegarci perché la propria produzione fosse così speciale e perché il costo relativamente alto fosse giustificato.

 

Con grande sorpresa abbiamo scoperto che ad una manciata di chilometri da casa nostra si trovava una produzione di zafferano, fondamentale ingrediente non non solo per il famoso risotto alla milanese ma per tutta una serie di pietanze che guadagnano in sapore e colore con l’aggiunta di due o tre filini seccati, i pistilli, dei piccoli fiori viola. Anche qui, gli addetti ci hanno sedotto con marmellate, miele e tè al profumo di zafferano.

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Poi era la volta di uno stand irresistibilmente, nel vero senso della parola. Ci sono vegetariani, c’è gente che non ama la pasta, gli insaccati, Il formaggio, c’è chi è astemio, non beve tè o non aromatizza i cibi con spezie ma chi mi chiedo sarebbe mai in grado di resistere ad un banco ben fornito e deliziosamente allestito di cioccolato? Come spiegare meglio? Avete presente le api intorno ai fiori? Ecco…

Sarebbe un grave torto non elencare tutte le specialità in mostra. Come si può non accennare al parmigiano reggiano, al gorgonzola al farro o al profumo di frutti di bosco? Come non soffermarsi davanti ai  fichi IGP della Calabria, l’unico fico italiano ad aver ottenuto l’ambita denominazione? È le olive siciliane? I pomodorini secchi? Un sogno. Ma è ora di tornare a casa.

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Che cosa ci rimane di questa invitante passeggiata profumata e colorata? Specialità gastronomiche da portare a casa e agli amici (solo i più cari però…) distribuite in buste e sacchetti di plastica. È poi il piacere di aver conosciuto il meglio del meglio di molte regioni, non solo della Toscana. Ci siamo chiesti se ci possa essere un alimento che rappresenti al meglio l’Italia nel mondo. No, non c’è n’è. Però se mai avessimo avuto qualche dubbio, adesso sappiamo di sicuro che siamo nel paese di bengodi.

Anneliese Rabl x

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Carnevale di Viareggio – dietro le quinte

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Che cosa fare a fine inverno quando le giornate fredde non se ne sono ancora andate? Quando la primavera, pur facendo spuntare qualche fogliolina verde qua e là, non è ancora abbastanza forte da sbizzarrirsi a pieno con i colori vivaci e i dolci profumi dei mesi di marzo, aprile e maggio? Si può andare a sciare; oppure stare a casa e godersi un bel libro. Ci si potrebbe anche dedicare ai saldi di fine stagione. In effetti, non è male andare per negozi, comprare appaganti ma talvolta oggetti superflui a compenso di quotidiane frustrazioni, il tutto seguito da una passeggiata con due chiacchiere e dopo, un bel caffè o una tazza di tè.

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Già da tempo, avevamo accarezzato l’idea di visitare il carnevale di Viareggio, conosciuto come uno dei più belli non solo in Italia ma anche in Europa. Il problema per noi o meglio per me è che non amo stare in mezzo ad una folla allegra e chiassosa che non mi permette di andare né avanti né indietro. Mi manca l’aria e il bisogno di lasciare la massa diventa urgentissimo. So che mi privo di un un’esperienza pazzesca, ma ognuno deve fare del suo meglio con quello che ha o è. È chiaro però che non ho rinunciato all’idea di andarci e, prima o poi, lo farò!

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Quando abbiamo letto che quest’anno era prevista l’apertura al pubblico degli hangar, un’areale chiamato “cittadella”, dove artisti ispirati e fantasiosi ideano, progettano, costruiscono e assemblano i carri delle sfilate carnevalesche, non abbiamo perso tempo. Il 12 Febbraio del 2017, prima Domenica di Carnevale (l’uscita precedente era stato annullata per la pioggia), alla ore 9.30 h eravamo davanti ai cancelli pronti ad entrare per scoprire i segreti dei grandiosi carri, protagonisti assoluti della manifestazione.

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Il primo impatto era imprevisto e notevole. Tanta altra gente aveva accarezzato la nostra stessa idea; non eravamo proprio gli unici a voler visitare le fucine di estro e di creatività. Tuttavia regnava molta tranquillità e niente confusione. Chi, guardandosi intorno, avrebbe mai potuto immaginarsi uno spettacolo del genere? Personaggi della vita pubblica, dell’arte e della politica, ridotti ad amene e brillanti caricature sistemati in colorate scenografie di dimensioni mozzafiato, aspettavano su carri disposti in fila ordinata la partenza verso i viali a mare, quelli che, come dice il nome, accostano il mare.  È’ li che, dopo tre colpi di cannone, si sarebbe svolta la sfilata che gli abitanti di Viareggio aspettano con impazienza da un anno intero. Il posto dove, almeno per ora, non sono ancora riuscita ad andare.

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Il generosissimo impiego dei colori, le applicazioni di lustrini, ruches e frange, i fiori e gli animali in carta pesta, tutto il necessario insomma per abbellire i carri lasciano sopraffatti. Per non parlare di come ci si sente piccoli di fronte alle immense sculture che si innalzano verso il cielo, al di sopra delle nostre teste.

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No, non ci è venuta l’idea di provare a lavorare la cartapesta. Quello che è di fronte a noi è troppo superlativo, non ultimo per le dimensioni.  La curiosità di sapere come i maestri procedono però è forte. Osservando uno degli artefici mentre metteva mano sugli ultimi dettagli non potevamo non chiedere se ci avrebbe svelato  qualche segreto di tanta spettacolarità e su come fanno a creare simili meraviglie.

 

La procedura di per se sembrerebbe facile; si fa per dire. Dopo aver realizzato uno schizzo di una buona idea, si crea un modello in argilla sopra il quale si versa una colata di gesso. Una volta indurito si otterrà un calco il cui interno, vuoto, viene modellato con chili e chili di strisce di carta inzuppate in colla a base di acqua e farina, cotta e raffreddata, rafforzata con fibre di iuta. Quando l’interno sarà completamente asciutto si elimina il modello in argilla e si avrà il calco desiderato in leggerissima cartapesta, pronta per essere dipinta con tempera o colori acrilici.

Molto più impegnativo è riuscire a creare i meccanismi che permetteranno alle opere  di battere cigli, aprire o chiudere occhi o fauci, girare la testa, muovere  orecchie, mani, piedi o coda, in base al copione della figura progettata. La magia avviene attraverso un ben studiato piano di funi da tendere o da allentare, dei computer e diversi ingegni meccanici. Nel caso di carri grandi, alti, diciamo diciotto o venti metri e larghi dieci o dodici, servono da quattro a otto paia di braccia forzute capaci di far muovere tutta la statua per svariate ore. Tanto di cappello!

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È’ arrivata l’ora di partire. Le macchine, fuoristrada e trattori usati per trainare i carri si mettono in moto verso la loro destinazione. Dopo neanche un quarto d’ora, tutto lo spettacolo si è concluso e con esso la folla si è dileguata.

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Tempo di curiosare dietro gli hangar dove troviamo una specie di cimitero delle statue dismesse: una maschera enorme, teste mozzate, mani tagliate, una cornucopia e mezza, due ombrelloni, un carosello con maialini travestiti; reliquie anche esse non prive di fascino.

Non rimarrebbe che andare a pranzo (la città di Viareggio è anche conosciuta per gli ottimi piatti a base di pesce) e, dopo il dolce e un buon caffè aspettare gli agognati tre colpi di cannone. Per oggi saltiamo; di emozioni ne abbiamo avute in abbondanza. Ci sarebbero però altri tre appuntamenti da non perdere. Abbiamo sentito che quest’anno i costumi dei figuranti sono particolarmente belli. Chissà…

Anneliese Rabl x

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Toscana da scoprire: l’Abbazia di San Galgano

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La vita frenetica dei nostri giorni concede  solo di rado tempo veramente libero; cioè qualche ora o addirittura una giornata intera senza impegni, programmi o progetti da portare avanti. In effetti, queste occasioni sono così rare che, quando capitano, spesso non sappiamo come godercele. Ci piacerebbe vedere qualche posto interessante, ma non vogliamo guidare per troppi chilometri. Poi bisogna tenere d’occhio il tempo ed evitare di rincasare tardi perché gli animali domestici non amano rimanere soli. Anche scoprire una regione nuova, invece di recarsi in luoghi già visitati, è un punto da tenere presente.

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Un bel giorno di Gennaio di quest’anno, niente di tutto questo è valso per noi. Al contrario; la giornata si è presentata senza intoppi e il posto da conoscere era presto trovato: l’abbazia di San Galgano a Chiusdino, nella provincia di Siena. Avevamo sentito parlare della maestosità delle rovine, della sacralità che emana, della bellezza della zona. Il tempo non era un granché; ma che dire, d’inverno non ci si deve per forza aspettare un clima gentile e temperature miti.

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Non siamo stati gli unici con l’idea di fare due passi in questa parte della Toscana; vi erano, infatti, file di macchine tutte rigorosamente parcheggiate lungo la strada in divieto di sosta (ad esse si è aggiunta anche la nostra…) ma nettamente più vicine al monastero rispetto ai parcheggi allestiti per accogliere i visitatori.

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Il primo impatto è stato inaspettato: lo scheletro di pietra, enorme, si alza in mezzo al nulla fra campi e prati ed è tanto imponente da incutere  rispetto e profonda ammirazione. Per iniziare volevamo comprendere che cosa c’era da sapere sull’abbazia. L’opera fu voluta dall’ordine dei monaci cisterciensi, che si erano insediati nella regione verso la fine del XII secolo. Una ventina di anni dopo iniziò la costruzione del monastero che durò circa cinquant’anni. Si concluse con la consacrazione dal Vescovo di Volterra nel 1268.

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La storia ci insegna che seguirono cent’anni di grande splendore e poi il lento ed inevitabile decadimento. Il tetto in piombo fu venduto nel 1550, probabilmente insieme ad opere d’arte e tesori preziosi; una parte delle pietre, rubata o indirizzata ad altre destinazioni. Ci furono modesti tentativi di ripristinare il convento; ma alla fine, nel 1789, fu sconsacrato e andò definitivamente in rovina.

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Ormai eravamo pronti a visitare l’edificio; la macchina fotografica pure. Appena entrati, ci siamo resi conto che il monastero era davvero come descritto dalle persone che l’avevano visitato  prima di noi: imponente,  stupefacente; davvero straordinario. Non era difficile immaginarsi l’effetto prodigioso che devono aver causato le cerimonie religiose all’interno della struttura. Tutto d’un tratto, ci era sembrato possibile  sentire, quasi toccare, il mistero e la profonda spiritualità di quelle mura, il silenzio dell’anima e la pace nei cuori dei monaci che avevano scelto di vivere qui.

I visitatori si sono sbizzarriti a fare foto e Selfie davanti alle  rovine; scattare immagini senza gente intorno è stata una vera impresa. Alla fine però, le persone sono state addirittura fondamentali per far comprendere, a chi guarda le foto, quanto fosse imponente l’edificio.

Ad un certo punto ci siamo trovati vicino ad un gruppetto di persone straniere che parlavano, sottovoce, del luogo come uno di quei pochi al mondo dove sarebbe possibile percepire le forze cosmiche in grado di far affiorare profondi ricordi e istinti ancestrali, nascosti nella storia degli esseri umani.

Non è stato facile lasciare questo luogo così suggestivo ma dopo molto incanto e stupore (e un centinaio di foto) abbiamo deciso di proseguire verso una piccola chiesa non lontano dall’abbazia. Per dire il vero, non eravamo particolarmente convinti; ma, visto che un passante aveva parlato di una camminata di appena cinque, dieci minuti, ci era sembrato giusto proseguire.

La chiesetta si scoprì di essere l’Eremo di Montesiepi, costruita nel 1185 subito dopo la morte di San Galgano, sopra la capanna dove il santo aveva vissuto gli ultimi mesi della sua vita. Anche l’abbazia di San Galgano era stata costruita in onore del Santo del quale, per dire il vero, si sa poco; e di quel poco che è stato tramandato non ci è dato sapere che cosa sia storia e che cosa invece pura fantasia.

All’interno della cappella in un’enorme pietra è custodito una spada che vi sarebbe stata infissa dal cavaliere Galgano Guidotti,  come segno che da quel momento avrebbe cambiato la vita mondana con quella dell’eremita. Una somiglianza con la storia di Artù e la spada nella roccia? Non proprio: uno l’ha estratta dalla roccia mentre l’altro ve l’ha conficcato.

Era arrivata l’ora di tornare verso casa; cane e gatto di sicuro aspettavano. La giornata si è svelata davvero curiosa ed interessante. Visto che la Toscana è anche terra di abbazie, conventi e monasteri di notevole importanza tutti da scoprire, è molto probabile che le nostre prossime (seppure ipotetiche) giornate libere saranno in verità già tutte occupate.

Anneliese Rabl x

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Negli oliveti toscani

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In Toscana tutto sembra essere bello.  Noi Nordici rimaniamo gradevolmente sorpresi  dal clima mite; difficilmente è necessario accendere il riscaldamento prima di Novembre e di solito, già a Marzo, le temperature permettono di lasciarsi riscaldare dai raggi del sole e non da gasolio, Gpl, metano o legna.

Altrettanto piacevole è vedere profumati agrumi, colorati di arancione e di giallo, kaki rosso chiaro, per il nostro palato insoliti ma squisitamente dolci e, sì, anche delle rose pallide, seppure un po’  meno odorose rispetto alla loro stagione di fioritura. Qua e là svolazza una farfalla ritardataria e ogni tanto si può osservare un calabrone, in volo irrigidito dal freddo relativo, ma instancabilmente in moto da pianta a pianta in cerca di corolle con nettare da portare a casa.

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Quello che ci ha incuriositi ormai quasi dieci anni fa, quando siamo venuti in Toscana nel mese di Ottobre,  era il lento coprirsi del terreno di metri e metri di reti più o meno fitte, spesso di color beige ma anche arancione, verde e nero. Presumevamo  che servissero per la raccolta di olive, visto che venivano piazzate negli oliveti sotto e intorno agli alberi, ma non riuscivamo a capire il criterio. Era tutto un mondo da scoprire; a volte sembrava che ci fosse un vero architetto al lavoro, altre volte la sistemazione appariva  alquanto approssimativa. Raramente ci era anche capitato di vedere reti fissate con l’aiuto di stecche di bambù in modo che non toccassero terra.

Anche noi abbiamo alberi di olivo e prima o poi avremmo sicuramente preso in considerazione di raccogliere le drupe per aver il nostro olio. Perciò ci era sembrato logico farci spiegare il mistero dietro la disposizione delle reti.

In linea generale, così ci hanno detto,  si mettono le reti in modo e maniera da perdere meno olive possibile. Infatti, dal mese di ottobre in poi cominciano ad essere mature e basta poco vento per farle cadere, nella rete, se è stata messa;  altrimenti per terra, con la conseguente perdita del frutto. Più precisa è la distribuzione della rete, più probabile è che il proprietario dell’oliveto venda il suo olio o che lo usi per una grande famiglia con un conseguente importante bisogno di una delle materie prime toscane per eccellenza. Ogni drupa conta! Certo, a volte può anche semplicemente trattarsi di un proprietario dal carattere attento  e scrupoloso. Questa categoria, di solito, taglia l’erba minimo due, spesso tre volte: a  primavera, a inizio estate e prima della raccolta, una vera impresa se consideriamo che gli oliveti spesso superano i quattro, cinque ettari; quattro, cinque campi di calcio, per intenderci …

Poi passiamo  ai “raccoglitori della domenica”, cioè coloro che posseggono un oliveto senza però esservi attaccati più di tanto. Quelli, insomma,  che mettono la rete un po’ così, come capita, senza particolare attenzione se un’oliva o due si perdono.  L’erba, di solito, viene tagliata una volta.

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Infine esiste la categoria di quelli che hanno optato per l’olio Bio, una scelta che significa fra l’altro niente erbicida o concime chimico e una  raccolta di olive che non hanno toccato terra. Per noi è sempre rimasto un enigma quante volte tagliano l’erba;  il terreno dei loro oliveti sembra  un tappeto liscio liscio sul quale nessun’erbaccia osa spuntare.

Quest’anno abbiamo deciso di buttarci pure noi in quest’avventura e di vedere se saremmo riusciti a portare a casa il “nostro” primo  olio extravergine di oliva. E’ vero che non avevamo tagliato l’erba tre volte; è corretto che non abbiamo distribuito le reti ad arte ma piuttosto come siamo riusciti, visto che il nostro oliveto non è per niente pari ma presenta dei dislivelli notevoli; non abbiamo, tuttavia, usato erbicida o concime chimico.

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Le nostre olive non hanno toccato terra per più di mezz’ora perché, albero dopo albero, abbiamo immediatamente ripulito le drupe dalle foglie e le abbiamo sistemate in apposite cassette che sono state portate il  giorno stesso (e non dopo due, tre giorni come spesso capita) al frantoio.

L’olio ci sembra assolutamente fantastico (tutti i proprietari di oliveti lo dicono del loro olio)! Chi fosse incuriosito da questo mondo a dai suoi prodotti è pregato di contattarci via e-mail: info@farfalladitoscana.it.

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Anneliese Rabl x

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