L’Erba Luigia e il suo cibo emozionante

Ormai è risaputo. Chi ha toccato terre italiane, nel nostro caso toscane, conosce l’importanza del cibo per i suoi abitanti.   

Se è vero che i toscani  sono tradizionalisti fino all’osso riguardo al mangiare, è anche vero che all’orizzonte iniziano ad affacciarsi timidamente giovani e coraggiosi cuochi e cuoche con la voglia di interpretare la cucina in modo più innovativo, senza per questo tradire gli avi. Avevamo sentito parlare di un piccolo ristorantino nel pisano, più precisamente a Casciana Terme. Poiché la distanza è irrisoria, cioè un’oretta in macchina, ma la strada per arrivare attraversa una delle più suggestive regioni della campagna pisana, eravamo più che pronti per questa nuova avventura. Ovviamente dopo una  prima colazione leggera, leggera…

La nostra destinazione era, appunto, Casciana Terme. Tuttavia non lontano, a poco meno di 20 km, si trova Lajatico, paese natale di un grande cantante italiano che lì ha fatto costruire il Teatro del Silenzio dove, ogni tanto, incanta, anzi, strega, un pubblico sceltissimo con la sua voce sublime.  Chi ha visitato il luogo è rimasto rapito dalla sua bellezza, dalla pace che si percepisce oltre che, appunto, dall’eterno silenzio della natura circostante, immensa e rassicurante. Pensavamo di farci un salto dopo pranzo, così, per curiosità.

Bagno a Aqui, l’antico nome di Casciana Terme, più indietro nel tempo conosciuta come Castrum o Balneum ad Aquas è una piccola ma graziosa stazione termale. C’è ne sono altre, Uliveto, San Giuliano, Montecatini, anche loro apprezzate da centinaia di anni per le acque salutari. Certo, nel 2017, un soggiorno non serve  più semplicemente per trattamenti curativi  contro malattie specifiche. Oggi, ci era sembrato di capire, si entra per uscire dopo pochi giorni totalmente “revisionati”: scattanti, dimagriti, rilassati, con una pelle liscia liscia e un’anima senza pieghe, per giunta con dieci anni di meno. Da prendere in considerazione, ma non oggi. Siamo venuti per mangiare. 

  

Il ristorantino che cercavamo non era difficile da trovare. È, infatti, situato in una piccola piazzetta non lontano dallo stabilimento termale. Dall’ingresso si entra direttamente nella sala da pranzo, piccolina ma originale nella sua semplicità. Il pavimento è senza dubbio il pezzo forte: lucide mattonelle quadrate che di solito si vedono sulle pareti e non per terra dai colori particolari e ben abbinati. Certo, se qui si cucina come si arreda possiamo aspettarci delle belle.

I piatti proposti dalla giovane coppia incuriosiscono: “Crudo con quello che c’è”, “Vitel tonné  senza vitel e senza tonné” o anche “La pernice è prendere le albicocche” stuzzicano la fantasia e anche l’appetito. Il fatto che cucinino esclusivamente prodotti freschi di giornata originari della zona è un ulteriore punto a favore. 

Dopo aver ascoltato il giovane cameriere e comproprietario descrivere le pietanze, gli ingredienti, i metodi di cottura, gli abbinamenti fra gusto, colore e sapore oltre che i suggerimenti per il vino abbiamo fatto le nostre scelte. Azzeccate oserei dire, anche se qualche cosa mi dice che pure gli altri piatti sarebbero stati gustosi alla stessa maniera.

Potremmo sostenere che il pranzo ha soddisfatto le nostre aspettative. Il fatto però è che non ne avevamo perché non sapevamo che cosa sarebbe uscito dalla cucina. Che cosa dire allora?  Beh, in un posto sorprendente una coppia tutt’altro che scontata ci ha servito cibo in grado di emozionare davvero. Ecco. 

   

Come dopo la lettura di un bel libro si lascia decantare la bellezza della storia per qualche giorno prima di riprendere a leggere, così anche noi volevamo far perdurare le sensazioni così inaspettate e gradevoli il più a lungo possibile. Il Teatro del Silenzio? Senza dubbio si, ma un altro giorno. Per oggi siamo a posto.

 

Anneliese Rabl x

Eccellenze toscane: terracotta

Paragonata al marmo o al granito, la terracotta è sempre stata considerata una materia umile in quanto ottenuta da argilla grigia o bianca, depurata e cotta nel forno a legna. Già gli antichi Etruschi la usavano per  produrre embrici, mattonelle e tegole per le loro case. Successivamente, artigiani e artisti si sono accorti che la terracotta era un materiale davvero stupefacente. Di basso costo e facilmente reperibile poteva essere plasmata semplicemente con le mani e con la fantasia, senza nessun strumento particolare. Il materiale e la tecnica è piaciuta così tanto che oltre ad opere artistiche di buona qualità, la terracotta ha conquistato cucine e sale da pranzo con brocche, scodelle, tazze, piatti e quant’altro potesse servire in tavola.

Nel tredicesimo secolo i della Robbia, una famiglia di scultori Toscani,  ha portato la lavorazione della terracotta (e della ceramica) ad un livello mai visto prima. Questo non solo per la bravura nella realizzazione delle opere, ma anche grazie all’uso di ossidi metallici che permettevano di colorare il materiale una volta cotto e renderlo in questo modo ancora più bello e allo stesso tempo straordinariamente resistente nel tempo. Nella città di  Pistoia in Toscana è possibile ammirare molte opere dei geniali artisti.

Non lontano da Firenze, a Impruneta, si trova una qualità di argilla unica nel suo genere.  Molti artigiani aprirono le loro botteghe nella zona, che fra l’altro, era ricca di legno, fra cui rovere,  particolarmente adatto alla cottura dell’argilla. Come le porcellane di Meißen sono conosciute in tutto il mondo così le eccellenze di Impruneta   hanno conquistato gli amanti del genere in ogni angolo della terra.

 

L’inconfondibile colore rosso mattone dipende dai minerali contenuti nell’argilla stessa e dalla cottura ed era proprio la cottura alla quale bisognava dare la massima attenzione. Un fornaciaio bravo sapeva calcolare quasi ad occhi chiusi quale quantità e quale tipo di legno avrebbe fornito la giusta temperatura necessaria per sprigionare il colore rosso mattone per il quale le terrecotte di Impruneta sono diventate così famose. 

Gli artigiani  che ancora lavorano alla maniera tradizionale si contano sulle dita di una sola mano. Oggi, infatti, si adoperano forni elettrici che rendono il processo della cottura più facile è più sicuro. 

Avevamo sentito parlare dell’Antica Fornace Mariani M.I.T.A.L., nel cuore di Impruneta e alla prima occasione siamo andati a curiosare. Creazioni  a perdita d’occhio, opere d’arte, veri e propri gioielli su ogni terrazza, in ogni parco o giardino. Un po’ ovunque in tutta la bottega stanno pancali con orci, vasi e sculture ben imballati pronti per essere spediti oltreoceano. 

Oltre alla tecnica tradizionale della modellatura qui lavorano anche con la colatura. Con quale altro metodo si può ottenere lo stesso articolo perfettamente uguale riprodotto molte volte? L’argilla, debitamente preparata, raggiunta la giusta densità, viene colata dentro una forma di gesso e lasciata prosciugare. Successivamente si apre la forma e si estrae il modello pronto per essere messo in forno una volta ben asciugato. 

Uno dei proprietari ci ha dedicato un po’ di tempo per parlare dei piccoli segreti nella lavorazione e ci ha mostrato anche il forno e la legna da utilizzare per ottenere i risultati desiderati. 

  

Certo, siamo in terra toscana. Da che cosa si capisce? In primo luogo dalla sapienza con cui ci viene spiegata la lavorazione; il signore, classico esempio di toscano verace,  sa davvero di che cosa sta parlando. Poi dal fatto che, dalla terza frase in poi,  la nostra guida comincia a parlare di politica e di come il comune dovrebbe gestire meglio il territorio anche se sa che, essendo stranieri, non siamo proprio gli interlocutori più adatti. Infine da come difende la sua produzione che, ovviamente, è la migliore al mondo. Tutto questo, come se parlasse dei suoi figli o della sua squadra di calcio preferita: con un fervore, una passione, una serietà e una convinzione che ho trovato solo qui, in Toscana. Salute, lunga vita e mantenetevi così.

 

 

Anneliese Rabl x

Il buon cibo italiano

 

Chi conosce gli italiani sa che per loro una vita senza cibo non avrebbe senso. Con “cibo”, ovviamente, intendo non tanto alimenti necessari per il corretto funzionamento del nostro organismo, bensì prodotti agricoli, carne, pesce  e quant’altro possa servire per cucinare con amore piatti ricchi di gusto, capaci di  farci sognare, oltre che appagare i nostri sensi.

Quale potrà mai essere l’origine di un connubio così perfetto? Non lo so ma frugare nel passato di questo popolo mediterraneo dal palato super fino potrebbe svelare qualche risposta. 

Se andiamo indietro di diciamo 1500 o 2000 anni scopriamo che gli antichi Romani si coccolavano con cibi prelibatissimi dal gusto oggi forse discutibile come, ad esempio,  lingua di usignolo o di pappagallo in umido o gru arrostito. Anche il garum, una salsa piccantissima a base di pesce putrido assai apprezzata non sarebbe certo una leccornia che ai giorni nostri ci potrebbe far sognare. Sta di fatto però, che i cuochi ispirati di allora erano in grado di trasformare praticamente qualsiasi alimento in una vera e propria opera d’arte culinaria commestibile. Il famoso Apicio  ne è un esempio. Certo, parliamo di un altro mondo; i cuochi odierni non si toglierebbero la vita se una materia prima non arrivasse in tempo o se un piatto non corrispondesse alle aspettative dei commensali…

Ricordiamoci che a quei tempi una buona parte del mondo mangiava per la maggiore carne cruda, o tutt’al più abbrustolita su un fuocherello di campagna. Quindi si potrebbe sostenere con prudenza che il cibo italiano è buono perché ha dalla sua una lunghissima esperienza.

Poi guardiamoci la carta geografica. Salta subito all’occhio che il paese è piccolo, composto di svariate province con clima diverso per cui anche le piante alimentari si differenziano assai. Così le ricette e, del resto, anche le persone: più o meno vivaci, orgogliose, fantasiose ma sempre pronte a sostenere che in tutta Italia si mangi bene ma che la loro cucina sia appena appena più buona di quella delle altre regioni. Questo significa ricerca di materie prime di ottima qualità, possibilmente rare o poco usate; imparare come prepararle, conservarle, con quali spezie o erbe aromatizzarle, come renderle anche esteticamente belle. Una tradizione da passare da madre in figlia, da generazione in generazione.

Come confermare la veridicità della mia tesi? Avevo sentito che a Greve nel Chianti si trovi Falorni, un’antica macelleria con tradizionale produzione propria di carni e di insaccati da far battere forte il cuore degli amanti di prosciutto, finocchiona, e salsiccia. Ci sarebbe stata anche una “grotta” per i formaggi e, poco distante, una ragguardevole cantina  provvista di ogni ben di Dio, alcolicamente parlando. 

Non abbiamo perso tempo e alla prima occasione siamo partiti per Greve in Chianti dove, non so proprio come, ci siamo ritrovati ad un banchetto degno degli dei dell’Olimpo. Cerere ha lasciato il grano per pane e schiacciata. Artemide ha fornito le migliori carni e la selvaggina; Bacco si è messo accanto a noi per assicurarsi che il suo coppiere Ganimede adempisse con cura ai suoi doveri verso i convitati.

Come abbiamo mangiato? Divinamente…

Anneliese Rabl x

 

Nei campi e nei prati toscani…

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Tutti gli anni verso l’estate, una buona parte dei prati Toscani si riempie di una pianta dai fiorellini bianchi raggruppati in ben proporzionati ombrellini di media misura. Sembra trovarsi a casa sua dappertutto e, infatti, non ha nessun problema nello stare all’ombra, al sole, o in luoghi aridi. Anzi, più manca l’acqua e la mano dell’uomo che ogni tanto passa un frullino, più cresce felice.

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Non ne conoscevo il nome e, per dire il vero, non ricordo se nel Nord Europa cresca o meno. Mi era invece sembrato davvero singolare come l’ombrello, una volta caduti i fiorellini bianchi, si chiudesse a forma di nido d’uccello che, a sua volta, ospita dei piccoli insetti rossi a strisce nere, in Toscana “diavolini”, che hanno pensato bene di trasformare la strana costruzione  in abitazione. Vi dormono, trovano protezione dal vento e, dopo averli fotografati molte volte, oserei dire che lo vivono come il loro nido d’amore.

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Ho scoperto che è la carota selvatica, una specie spontanea dalla quale provengono tutte, proprie tutte le varietà che oggi si trovano negli orti, nei negozi di verdure e nella grande distribuzione. Carote bianche, viola, nere, gialle, arancione, longilinee, tozze, rotonde, allungate, tutte quante hanno come genitore questa insospettabile radice biancastra, bruttina, ma dal profumo di carota così intenso che nessuna varietà attualmente in vendita è in grado di eguagliare.

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Si potrebbe affermare che le carote sono un cibo prezioso per l’umanità, pari o quasi al grano, al riso o alle patate, tanto che le ricette sono sorprendentemente varie. La fantasia dei cuochi sembra non esaurirsi mai. Mentre al Nord, così mi ricordo, vengono spesso servite con piselli in salsa bechamel, in Toscana si preferisce preparale stufate o al forno, sempre e rigorosamente con una presa di zucchero come per sottolineare: se è una verdura dolce, aiutiamola ad esserlo davvero…!

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La nostra casa madre in Russia coltiva già da qualche anno carote biologiche molto apprezzate. Noi della Farfalla di Toscana, no; e non abbiamo neanche intenzione di preparare, confezionare e vendere carote. Volevamo però lo stesso capire quale potesse essere un modo saporito e tipico di servirle. La ricetta di carote stufate al forno con prosciutto crudo toscano, quello salato e molto saporito, ci è sembrata perfetta. Al posto del prosciutto va benissimo anche la pancetta. Veloce, semplice e davvero squisito!

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Carote con prosciutto crudo toscano (per 3 persone)

400 gr. di carote

100 gr. di prosciutto crudo toscano

2 cucchiaio di olio d’oliva

Noce moscata

Sale

Pepe

Zucchero

Pelare le carote e tagliare a pezzetti di circa cinque centimetri. Portare abbondante acqua a bollire, tuffarvi le carote e lasciare bollire fino a quando non siano cotte al dente. Togliere dall’acqua, lasciare leggermente raffreddare e avvolgere con le fette di prosciutto crudo toscano. Riscaldare l’olio di oliva in un tegamino, aggiungere le carote, cospargere con un velo di zucchero e fare cuocere per altri cinque minuti circa a media temperatura. Quando il prosciutto risulta croccante, togliere dal fuoco, sistemare su un piatto di portata e servire.

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Curioso e interessante da sapere: le carote sono radici a fittone, perciò la parte commestibile di questo vegetale si trova ben protetta sotto terra, dove mantiene inalterate tutte le sue ricchissime qualità nutritive. Questo permette alla radice di tenere duro anche in condizioni decisamente avverse, in attesa che si presentino momenti più favorevoli per crescere e raggiungere la giusta dimensione per essere raccolte.

Ultimo ma non ultimo. Gli antichi insegnano che la radice sminuzzata, ridotta in poltiglia e spalmata  su una puntura d’insetto, ha un notevole potere calmante. Siamo fortunati. Non importa portarsi appresso una vanga per tirare fuori la radice e un coltellino da cucina  per sminuzzare la polpa quando andiamo a fare una passeggiata. Un piccolo stick con ammoniaca reperibile in farmacia da portare comodamente in tasca risolve il problema. Bentrovato ventunesimo secolo!

Anneliese Rabl x

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La pesca delle arselle

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La Toscana, dove si trova la sede della nostra azienda agricola, sembra avere tutte le fortune. Ha un clima piacevole e mite praticamente tutto l’anno; può vantare una cultura che non ha uguali; dispone di colline, fiumi, laghi e montagne. Le sue coste, lunghe quasi quattrocento chilometri, sono bagnate da ben due mari: il Mar Ligure e il Mar Tirreno. Possiede anche una manciata di bellissime isole famose in tutto il mondo.

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Se consideriamo che i Toscani sono circa tre milioni e settecentomila potremmo dire che un quinto  vive lungo le coste. Queste persone, circa centosessantamila, con pochissime eccezioni, amano il mare profondamente, come noi del Nord le nostre montagne, e appena possono, estate o inverno, fanno una capatina al mare, per prendere il sole, tuffarsi nelle onde, camminare lungo la battigia, mangiare un boccone, rilassarsi e stare in compagnia.

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Una piccolissima parte degli abitanti, invece, ama andare al mare da sola, lontano più possibile dagli altri, un pò come i nostri cercatori di funghi, per darsi ad un’attività totalmente estranea alla nostra cultura: la pesca delle arselle, conosciute anche come  telline.

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Ho notato questi uomini ogni volta che mi capitava di fare un salto al mare, il Mar Tirreno, per intendersi, Marina di Vecchiano, Torre del Lago, Viareggio, Forte dei Marmi, la Versilia insomma; ma non ci feci più di tanto caso. Però, dietro permesso che di solito non negano, li fotografo da molto tempo.

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Quest’anno, non so proprio perché, ho deciso di soddisfare la mia curiosità nell’intento di capire meglio di che cosa si tratta e perché questi pescatori sfidano le intemperie; per cosi dire. In effetti, meno che nel mese di Aprile, periodo di riproduzione delle arselle e quindi divieto di pesca, si possono osservare uomini muscolosi camminare su e giù nel mare, dove ancora si tocca, tirandosi davanti con forza e concentrazione un aggeggio che non avevo mai visto prima, il ferro, una sorta di rastrello, con un manico da una parte e un sacco dall’altra.

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D’estate, direte, anche anche, ma d’inverno? In inverno, si impacchettano in mute nere che, mi auguro per loro, li proteggono dal freddo durante il tempo in cui più della metà del loro corpo sta nell’acqua. Che osino tornare a casa senza un bottino abbastanza ricco per  due o tre porzioni di spaghetti alle arselle? Spero per loro di no!

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Mi è invece sembrato di capire che rastrellare questi molluschi è un passatempo al quale i pescatori dedicano profonda passione e parecchio tempo. Certo, le cose non sono più come trent’anni fa, quando una famiglia media poteva tranquillamente vivere del ricavato di una pesca giornaliera di circa cinquanta chili. Oggi è tutto regolamentato: il tipo di rastrello, la misura della maglia, la quantità massima di cinque chili giornalieri (meno che Sabato e Domenica); per i pescatori amatoriali. I controlli sono rigorosi e le multe salate. Anche il territorio di pesca è rigorosamente circoscritto.

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Dal bottino strappato al mare, inoltre, i pescatori hanno l’obbligo di selezionare gli esemplari lunghi  più di due centimetri da quelli inferiori, che devono essere ributtati in acqua. Spesso si trovano anche minuscoli granchi troppo piccoli per essere cucinati. Perciò, di solito ne rimane davvero solo la quantità per un pranzo o una cena per due o tre. Ma che pasto! Gli spaghetti alle arselle, infatti, fanno parte del patrimonio culinario della Versilia e il vero intenditore in visita da queste parti non si lascerebbe mai e poi mai sfuggire questa prelibatezza.

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Anche io avrei voluto cucinare un bel piatto di pasta alle arselle ma sapevo che era fuori discussione chiedere ad uno dei pescatori di vendermi  il suo tesoro; solo passando sul suo cadavere ci sarei (forse) riuscita. D’altra parte è raro trovare nelle pescherie vere telline toscane (spesso vengono dalla Francia) e la gente è costretta a ripiegare su vongole “normali”, buone anche esse, ma senza quel tocco di fatica e di passione che rendono le sorelle così speciali.

Che la ricetta seguente possa almeno regalarci un’idea di quello che potremmo perderci

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Ingredienti per 4 persone: 

250 gr. circa di spaghetti N° 5 (o anche integrali)

1,5 kg di arselle (o vongole)

2 o 3 rametti ciascuno di basilico, maggiorana, rosmarino e timo

3 o  4 peperoncini piccanti (facoltativo)

4 cucchiai di olio extravergine d’oliva

1 bicchiere di vino bianco secco

Lasciare spurgare nell’acque le arselle almeno per qualche ora cambiando l’acqua due, tre volte.  Tritare le erbette. Versare l’olio in una capiente casseruola e, quando è caldo ma non bollente, aggiungere le erbette, i peperoncini e le arselle tolte dall’acqua. Soffriggere per qualche minuto, poi aggiungere il bicchiere di vino bianco secco. Cuocere fino a quando le arselle siano aperte (eliminare quelle rimaste chiuse). Togliere i gusci alla metà dei molluschi e rimettere nella casseruola. Bollire gli spaghetti in abbondante acqua salata. Scolare quando sono ancora molto al dente. Unire la pasta alle arselle e lasciare insaporire per un minuto o due. Servire caldo.

Anneliese Rabl x

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Una VIP sul tappeto rosso

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Uno dei modi più piacevoli per conoscere meglio i Toscani e le loro tradizioni è attraverso il cibo. Non appena spuntano le prime pianticelle commestibili iniziano mercati e sagre per festeggiare per il resto dell’anno ingredienti di piatti succulenti. Ce n’è per tutti i gusti: birra, cinghiale, carciofi, fragole, lamponi, pasta, tartufi, vino; la lista non troverebbe fine.

La nostra azienda agricola ha la fortuna di essersi ritrovata con un bel po’ di terreno dove crescono i classici alberi da frutto toscani, fra cui anche una decina di ciliegi di diverse varietà; perciò visitare una sagra con il tema ciliegie ci era sembrato quasi d’obbligo.

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Dopo una veloce ricerca abbiamo scoperto che una delle zone di maggior produzione di ciliegie in Toscana è ad un tiro di schioppo da qui, cioè sulle Colline Pisane e in particolar modo a Lari, oggi una frazione di Casciana Terme.

Arrivare era facile, visto che il navigatore ha dipanato in un lampo la matassa di stradicciole, stradine e stradelle. Il minuscolo paesino di Lari, a sua volta, si è scoperto un borgo medioevale a tutti gli effetti, compreso chiesa, castello e un fantasma di nome “Rosso della Paola”.

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La sagra viene celebrata da ben cinquantanove anni,  sempre i primi di Giugno, ed è possibile scegliere fra quasi due dozzine di varietà la ciliegia perfetta da acquistare e da gustare sul luogo o da portare a casa. Intorno a questo mondo variopinto di colore e di sapore girano anche altri prodotti: frittelle, liquori, marmellate, torte, grembiuli, pupazzetti, tovaglie, tutto da ricollegarsi alle ciliegie. Superfluo dire che i frutti succulenti non si dividono solo per dimensione, colore, spessore della pelle e forma del nocciolo, ma anche per l’utilizzo finale, un po’ come le patate: ci sono quelle consigliate per essere fritte, trasformate in purea, cotte al forno etc.

Quello che ci ha piacevolmente sorpreso, oltre agli originali ed eleganti addobbi sfoggiati in tutto il borgo, è stata la presenza di molti giovani che, per la gioia dei visitatori e degli abitanti, si sono esibiti in performance di breakdance e di musica adeguando la sagra decisamente ai tempi moderni del ventunesimo secolo.

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La culla della ciliegia è l’Asia Minore e sono state necessarie migliaia di anni e paziente lavoro di coltivazione da parte degli uomini prima che le massaie fossero disposte ad aprire le loro cucine alle piccole sfere gustose. Oggi, infatti, non c’è paese che non abbia la propria ricetta per un tipico dolce alle ciliegie.  Noi della Farfalla di Toscana, importati dal vecchio e dal nuovo continente, un po’ dal Sud e un po’ dal Nord, non sapevamo a chi dare l’onore di presentare una personalissima ricetta di un dolce alle ciliegie. Perciò, abbiamo scritto il nome di venti paesi su bigliettini, sistemati in un contenitore (rigorosamente terracotta Toscana…) e tirato a sorte.

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Contro ogni previsione ha vinto la Francia e anche se Francia e Italia sono in competizione per moda, macchine, cibo e dolce vita la seguente ricetta non ci è sembrata per niente male! Che i Toscani non ce ne vogliano…

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Clatoufis

700 gr. di ciliegie

3 uova + due tuorli

100 gr. di farina

100 gr. di zucchero

250 gr. di latte

1 bustina di vanillina

1 presa di sale

Zucchero a velo

Lavare e asciugare le ciliegie. Togliere gli steli e denocciolare. Montare uova, tuorli e zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungere la presa di sale e la busta di vanillina e incorporare un poco alla volta il latte e la farina.

Versare metà del composto in una teglia antiaderente (o in una teglia imburrata o una teglia coperta di carta da forno) o in piccole formine adatte per andare in forno. Distribuire le ciliegie uniformemente e coprire con l’altra metà del composto. Passare in forno a temperatura media per 35/40 minuti. Togliere dal forno, lasciare leggermente raffreddare. Cospargere di zucchero a velo  e servire così com’è o accompagnato da panna montata e/o gelato.

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