L’Erba Luigia e il suo cibo emozionante

Ormai è risaputo. Chi ha toccato terre italiane, nel nostro caso toscane, conosce l’importanza del cibo per i suoi abitanti.   

Se è vero che i toscani  sono tradizionalisti fino all’osso riguardo al mangiare, è anche vero che all’orizzonte iniziano ad affacciarsi timidamente giovani e coraggiosi cuochi e cuoche con la voglia di interpretare la cucina in modo più innovativo, senza per questo tradire gli avi. Avevamo sentito parlare di un piccolo ristorantino nel pisano, più precisamente a Casciana Terme. Poiché la distanza è irrisoria, cioè un’oretta in macchina, ma la strada per arrivare attraversa una delle più suggestive regioni della campagna pisana, eravamo più che pronti per questa nuova avventura. Ovviamente dopo una  prima colazione leggera, leggera…

La nostra destinazione era, appunto, Casciana Terme. Tuttavia non lontano, a poco meno di 20 km, si trova Lajatico, paese natale di un grande cantante italiano che lì ha fatto costruire il Teatro del Silenzio dove, ogni tanto, incanta, anzi, strega, un pubblico sceltissimo con la sua voce sublime.  Chi ha visitato il luogo è rimasto rapito dalla sua bellezza, dalla pace che si percepisce oltre che, appunto, dall’eterno silenzio della natura circostante, immensa e rassicurante. Pensavamo di farci un salto dopo pranzo, così, per curiosità.

Bagno a Aqui, l’antico nome di Casciana Terme, più indietro nel tempo conosciuta come Castrum o Balneum ad Aquas è una piccola ma graziosa stazione termale. C’è ne sono altre, Uliveto, San Giuliano, Montecatini, anche loro apprezzate da centinaia di anni per le acque salutari. Certo, nel 2017, un soggiorno non serve  più semplicemente per trattamenti curativi  contro malattie specifiche. Oggi, ci era sembrato di capire, si entra per uscire dopo pochi giorni totalmente “revisionati”: scattanti, dimagriti, rilassati, con una pelle liscia liscia e un’anima senza pieghe, per giunta con dieci anni di meno. Da prendere in considerazione, ma non oggi. Siamo venuti per mangiare. 

  

Il ristorantino che cercavamo non era difficile da trovare. È, infatti, situato in una piccola piazzetta non lontano dallo stabilimento termale. Dall’ingresso si entra direttamente nella sala da pranzo, piccolina ma originale nella sua semplicità. Il pavimento è senza dubbio il pezzo forte: lucide mattonelle quadrate che di solito si vedono sulle pareti e non per terra dai colori particolari e ben abbinati. Certo, se qui si cucina come si arreda possiamo aspettarci delle belle.

I piatti proposti dalla giovane coppia incuriosiscono: “Crudo con quello che c’è”, “Vitel tonné  senza vitel e senza tonné” o anche “La pernice è prendere le albicocche” stuzzicano la fantasia e anche l’appetito. Il fatto che cucinino esclusivamente prodotti freschi di giornata originari della zona è un ulteriore punto a favore. 

Dopo aver ascoltato il giovane cameriere e comproprietario descrivere le pietanze, gli ingredienti, i metodi di cottura, gli abbinamenti fra gusto, colore e sapore oltre che i suggerimenti per il vino abbiamo fatto le nostre scelte. Azzeccate oserei dire, anche se qualche cosa mi dice che pure gli altri piatti sarebbero stati gustosi alla stessa maniera.

Potremmo sostenere che il pranzo ha soddisfatto le nostre aspettative. Il fatto però è che non ne avevamo perché non sapevamo che cosa sarebbe uscito dalla cucina. Che cosa dire allora?  Beh, in un posto sorprendente una coppia tutt’altro che scontata ci ha servito cibo in grado di emozionare davvero. Ecco. 

   

Come dopo la lettura di un bel libro si lascia decantare la bellezza della storia per qualche giorno prima di riprendere a leggere, così anche noi volevamo far perdurare le sensazioni così inaspettate e gradevoli il più a lungo possibile. Il Teatro del Silenzio? Senza dubbio si, ma un altro giorno. Per oggi siamo a posto.

 

Anneliese Rabl x

Eccellenze toscane: terracotta

Paragonata al marmo o al granito, la terracotta è sempre stata considerata una materia umile in quanto ottenuta da argilla grigia o bianca, depurata e cotta nel forno a legna. Già gli antichi Etruschi la usavano per  produrre embrici, mattonelle e tegole per le loro case. Successivamente, artigiani e artisti si sono accorti che la terracotta era un materiale davvero stupefacente. Di basso costo e facilmente reperibile poteva essere plasmata semplicemente con le mani e con la fantasia, senza nessun strumento particolare. Il materiale e la tecnica è piaciuta così tanto che oltre ad opere artistiche di buona qualità, la terracotta ha conquistato cucine e sale da pranzo con brocche, scodelle, tazze, piatti e quant’altro potesse servire in tavola.

Nel tredicesimo secolo i della Robbia, una famiglia di scultori Toscani,  ha portato la lavorazione della terracotta (e della ceramica) ad un livello mai visto prima. Questo non solo per la bravura nella realizzazione delle opere, ma anche grazie all’uso di ossidi metallici che permettevano di colorare il materiale una volta cotto e renderlo in questo modo ancora più bello e allo stesso tempo straordinariamente resistente nel tempo. Nella città di  Pistoia in Toscana è possibile ammirare molte opere dei geniali artisti.

Non lontano da Firenze, a Impruneta, si trova una qualità di argilla unica nel suo genere.  Molti artigiani aprirono le loro botteghe nella zona, che fra l’altro, era ricca di legno, fra cui rovere,  particolarmente adatto alla cottura dell’argilla. Come le porcellane di Meißen sono conosciute in tutto il mondo così le eccellenze di Impruneta   hanno conquistato gli amanti del genere in ogni angolo della terra.

 

L’inconfondibile colore rosso mattone dipende dai minerali contenuti nell’argilla stessa e dalla cottura ed era proprio la cottura alla quale bisognava dare la massima attenzione. Un fornaciaio bravo sapeva calcolare quasi ad occhi chiusi quale quantità e quale tipo di legno avrebbe fornito la giusta temperatura necessaria per sprigionare il colore rosso mattone per il quale le terrecotte di Impruneta sono diventate così famose. 

Gli artigiani  che ancora lavorano alla maniera tradizionale si contano sulle dita di una sola mano. Oggi, infatti, si adoperano forni elettrici che rendono il processo della cottura più facile è più sicuro. 

Avevamo sentito parlare dell’Antica Fornace Mariani M.I.T.A.L., nel cuore di Impruneta e alla prima occasione siamo andati a curiosare. Creazioni  a perdita d’occhio, opere d’arte, veri e propri gioielli su ogni terrazza, in ogni parco o giardino. Un po’ ovunque in tutta la bottega stanno pancali con orci, vasi e sculture ben imballati pronti per essere spediti oltreoceano. 

Oltre alla tecnica tradizionale della modellatura qui lavorano anche con la colatura. Con quale altro metodo si può ottenere lo stesso articolo perfettamente uguale riprodotto molte volte? L’argilla, debitamente preparata, raggiunta la giusta densità, viene colata dentro una forma di gesso e lasciata prosciugare. Successivamente si apre la forma e si estrae il modello pronto per essere messo in forno una volta ben asciugato. 

Uno dei proprietari ci ha dedicato un po’ di tempo per parlare dei piccoli segreti nella lavorazione e ci ha mostrato anche il forno e la legna da utilizzare per ottenere i risultati desiderati. 

  

Certo, siamo in terra toscana. Da che cosa si capisce? In primo luogo dalla sapienza con cui ci viene spiegata la lavorazione; il signore, classico esempio di toscano verace,  sa davvero di che cosa sta parlando. Poi dal fatto che, dalla terza frase in poi,  la nostra guida comincia a parlare di politica e di come il comune dovrebbe gestire meglio il territorio anche se sa che, essendo stranieri, non siamo proprio gli interlocutori più adatti. Infine da come difende la sua produzione che, ovviamente, è la migliore al mondo. Tutto questo, come se parlasse dei suoi figli o della sua squadra di calcio preferita: con un fervore, una passione, una serietà e una convinzione che ho trovato solo qui, in Toscana. Salute, lunga vita e mantenetevi così.

 

 

Anneliese Rabl x

Il buon cibo italiano

 

Chi conosce gli italiani sa che per loro una vita senza cibo non avrebbe senso. Con “cibo”, ovviamente, intendo non tanto alimenti necessari per il corretto funzionamento del nostro organismo, bensì prodotti agricoli, carne, pesce  e quant’altro possa servire per cucinare con amore piatti ricchi di gusto, capaci di  farci sognare, oltre che appagare i nostri sensi.

Quale potrà mai essere l’origine di un connubio così perfetto? Non lo so ma frugare nel passato di questo popolo mediterraneo dal palato super fino potrebbe svelare qualche risposta. 

Se andiamo indietro di diciamo 1500 o 2000 anni scopriamo che gli antichi Romani si coccolavano con cibi prelibatissimi dal gusto oggi forse discutibile come, ad esempio,  lingua di usignolo o di pappagallo in umido o gru arrostito. Anche il garum, una salsa piccantissima a base di pesce putrido assai apprezzata non sarebbe certo una leccornia che ai giorni nostri ci potrebbe far sognare. Sta di fatto però, che i cuochi ispirati di allora erano in grado di trasformare praticamente qualsiasi alimento in una vera e propria opera d’arte culinaria commestibile. Il famoso Apicio  ne è un esempio. Certo, parliamo di un altro mondo; i cuochi odierni non si toglierebbero la vita se una materia prima non arrivasse in tempo o se un piatto non corrispondesse alle aspettative dei commensali…

Ricordiamoci che a quei tempi una buona parte del mondo mangiava per la maggiore carne cruda, o tutt’al più abbrustolita su un fuocherello di campagna. Quindi si potrebbe sostenere con prudenza che il cibo italiano è buono perché ha dalla sua una lunghissima esperienza.

Poi guardiamoci la carta geografica. Salta subito all’occhio che il paese è piccolo, composto di svariate province con clima diverso per cui anche le piante alimentari si differenziano assai. Così le ricette e, del resto, anche le persone: più o meno vivaci, orgogliose, fantasiose ma sempre pronte a sostenere che in tutta Italia si mangi bene ma che la loro cucina sia appena appena più buona di quella delle altre regioni. Questo significa ricerca di materie prime di ottima qualità, possibilmente rare o poco usate; imparare come prepararle, conservarle, con quali spezie o erbe aromatizzarle, come renderle anche esteticamente belle. Una tradizione da passare da madre in figlia, da generazione in generazione.

Come confermare la veridicità della mia tesi? Avevo sentito che a Greve nel Chianti si trovi Falorni, un’antica macelleria con tradizionale produzione propria di carni e di insaccati da far battere forte il cuore degli amanti di prosciutto, finocchiona, e salsiccia. Ci sarebbe stata anche una “grotta” per i formaggi e, poco distante, una ragguardevole cantina  provvista di ogni ben di Dio, alcolicamente parlando. 

Non abbiamo perso tempo e alla prima occasione siamo partiti per Greve in Chianti dove, non so proprio come, ci siamo ritrovati ad un banchetto degno degli dei dell’Olimpo. Cerere ha lasciato il grano per pane e schiacciata. Artemide ha fornito le migliori carni e la selvaggina; Bacco si è messo accanto a noi per assicurarsi che il suo coppiere Ganimede adempisse con cura ai suoi doveri verso i convitati.

Come abbiamo mangiato? Divinamente…

Anneliese Rabl x

 

Giocare a Golf in Toscana

Di seguito un elenco dei campi da golf più visitati.

Alisei Golf Club, Pietrasanta http://www.golfalisei.it/   68 km/1 h    Coordinate GPS:  43° 56′ 1.387″ N – 10° 13′ 32.384″ E

Argentario Golf Club, Porto Ercole http://www.argentariogolfresortspa.it/golf/  257 km/2,50 h   Coordinate GPS: 42.416716,11.184146

Firenze Circolo Golf Ugolino, Impruneta http://www.golfugolino.it/it/   77 km/1,6 h

Golf Club Bellosguardo, Vinci http://www.golfbellosguardovinci.it/  30 km/43 min

Golf Montecatini Terme, Loc. Pievaccia, Monsummano Terme  http://www.montecatinigolf.com/   20 km/34 min.

Golf Club Castelfalfi, Montaione http://www.castelfalfi.com/it/golf/golf-club-toscana-resort-castelfalfi/    58 km/1, 15 h

Vicopelago Golf, Vicopelago http://vicopelagogolflucca.org/golf/  33 km/32 min.

Golf Club Garfagnana, Pieve Fosciana  http://www.garfagnanagolf.com/index.php 72 km/1,36 h   Coordinate GPS: N 44° 08.533′, E 10° 22.930′

 

 

Pescia e d’intorni: Vellano

Siamo pronti per nuove avventure. Oggi è la volta di Vellano, capoluogo delle dieci Castella della Valleriana o Svizzera Pesciatina.

La strada che dobbiamo percorrere è sempre la stessa. Partiamo da Pescia e ci dirigiamo verso Pietrabuona; arrivati al centro giriamo verso destra. È la direzione per raggiungere molti borghi, fra cui Sorana che abbiamo già visitato e Castelvecchio che vogliamo ancora andare a vedere.

Quasi subito dobbiamo affrontare un problema che senza dubbio dividiamo con altri turisti del bel paese, cioè la ricerca di un cartello stradale a confermare che siamo sulla strada giusta. Nel nostro caso la questione è complessa poiché ci sono otto cartelli stradali che portano, in effetti, verso otto piccoli paesini sparsi sulle colline. Dove sta il problema?

Il problema è che sembrerebbe in effetti la direzione per andare anche a Vellano ma manca il cartello. Che cosa vorrà dire? Si è perso? Forse è caduto? Che qualcuno l’abbia rubato? Abbiamo preso la strada sbagliata? Il comune aveva finito i soldi? Può darsi che ci venga chiesto un atto di fiducia? Un po’ in tutti paesi del mondo regna la legge che se dopo indicazioni iniziali non ve ne sono altre significa che dobbiamo proseguire sulla stessa strada fino all’arrivo a destinazione oppure fino al prossimo cartello stradale chiarificatore riguardo alla direzione da prendere. Un atto di grande, grandissima fiducia. Sarà il caso di attivare il GPS? Ma no! Se non dovessimo arrivare a Vellano, andremo dove ci portano il vento e la sorte.

La strada è ben asfaltata e bella larga, condizione non facile da trovare fra paesini di campagna e i cartelli “attenzione frana” ci ricordano che non solo la Toscana ma praticamente tutta l’Italia è soggetta a movimento del terreno.

Dopo qualche chilometro raggiungiamo in effetti Vellano che si mostra essere il più grande fra i dieci paesini della Svizzera Pesciatina. Ospita ben due ristoranti, almeno un bar e, naturalmente, un circolo. Il numero degli abitanti si aggira intorno alle duecento anime, molti stranieri e pochi anziani nati e cresciuti lì.

Prima di entrare nel paesino notiamo sulla destra un cartello di pietra, anzi di pietra serena; apprendiamo così che ci troviamo nel paese degli scalpellini. Insieme ad alcune regioni intorno a Firenze il paese di Vellano, infatti, è ricco di pietra serena, una pietra arenaria per lo più di color grigio, in Toscana molto usata sia nell’architettura sia nella scultura. Un centinaio di anni fa erano attive più di dieci cave con pietra serena di altissima qualità. Oggi c’è n’è rimasta una sola dove con l’aiuto di martello pneumatico si ricavano blocchi grossi da muratura e per realizzare capolavori decorativi destinati a durare nel tempo.

 

Ogni anno d’estate vengono invitati ispirati artisti da tutto il mondo a sfoggiare le proprie idee e la propria creatività. 

Le foreste intorno a Vellano sono ricche di funghi  tanto che durante la stagione tutta la zona si riempie di  cercatori che mai e poi mai svelerebbero i posti migliori dove trovare i gustosi e ricercati funghi porcini.

Ovviamente non manca la piccola sorgente dove approvvigionare tutta la famiglia con acqua purissima, ricca di sali minerali benefici per la salute. Almeno questo è quello che ci dicono.

Una passeggiata intorno e dentro Vellano vale sempre la pena perché il borgo è piacevolissimo e l’aria è fresca e pulita tutto l’anno. La vista, poi, ovunque ci si girl è mozzafiato.

 

Siamo stati  particolarmente attratti da una montagna ben visibile chiamata Penna di Lucchio. Alta 1176 metri domina maestosamente  le valli della Lima e della Svizzera Pesciatina. In passato era considerato luogo misterioso che ospitava streghe, fantasmi e altri figure favolose e  talora malefiche.  La nostra prossima uscita alla scoperta della Toscana è già pianificata…

 

Anneliese Rabl x

Farfalla di Toscana

Alla ricerca di Sorana e dei suoi fagioli

Dopo la serata a San Quirico in mezzo a falò, salsicce, rosticciana, castagnaccio e buona compagnia, la curiosità di scoprire un’altra delle dieci castella della valleriana è irresistibile.

Ne rimangono altre nove: Pietrabuona, Aramo, Vellano, Stiappa, Sorana, Fibialla, Castelvecchio e Pontito. Che fare? In base a che cosa scegliere e, soprattutto, a chi l’onore? Eravamo in disaccordo perciò abbiamo deciso di affidarci al fato, vale a dire tirare a sorte, aprire la mappa della zona, chiudere gli occhi e puntare con il dito su un punto qualsiasi. Il paesino più vicino portava il nome “Sorana” ed eravamo pronti a partire per nuove scoperte.

   

La strada verso Sorana, fra l’altro uguale per tutti paesini della Valleriana, passa da Pietrabuona, ma mentre all’unica grande curva del villaggio si gira a sinistra per andare a San Quirico, Medicina, Fibialla e Aramo, per raggiungere Sorana è necessario prendere la strada a destra. Fatto qualche chilometro si prende la deviazione a sinistra e poi si seguono le indicazioni per Sorana.

Lungo tutto il tragitto ci accompagna il “Pescia”, un torrente vigoroso nato da due rami, il cosiddetto Pescia di Calamecca che scende dalle montagne pistoiesi, l’altro dal torrente Pescia di Pontito (uno delle dieci castella) per riunirsi a Sorana in un solo fiume che corre verso la città di Pescia. 

È la zona delle cartiere che qui una volta trovavano in abbondanza legno e acqua, elementi di base nella produzione di carta per imballaggi di tutti i tipi oltre che libri di gran lusso, carta da lettera pregiata, perfino quella filigranata delle banconote. Per decenni il ramo industriale era molto redditizio poi però fu abbandonato con l’arrivo della plastica, con l’andare fuori moda dello scrivere con carta e penna, con il leggere sempre meno e infine, con l’utilizzo delle carte di credito al posto del denaro vero. Anche se oggi, a parte qualche cartiera rimasta qua e là, il settore è praticamente morto, non possiamo non sentirci intrigati scoprendo che le partecipazioni nuziali di Napoleone Bonaparte e di Giuseppina Beauharnais sono state stampate proprio in una cartiera qui lungo questo torrente e la strada che siamo percorrendo per andare a Sorana. Chissà se non esiste un museo dove poter approfondire l’argomento.

Passando da un rudere all’altro siamo arrivati alla prossima curva da prendere verso sinistra. Il cartello “da Sandrino” ci fa capire che non abbiamo sbagliato strada. La trattoria è fra le più apprezzate dagli abitanti di Pescia e d’intorni, conosciuti per essere buongustai assoluti, perciò c’è da fidarsi.

Subito dopo la curva però ci fermiamo perplessi. Va bene che siamo in collina, va bene anche che la Toscana si trovi su roccia franosa, ma undici indicatori stradali, tutti assieme, farebbero venire a chiunque il dubbio se proseguire o meno. Troviamo infatti davanti a noi allegramente (o anche no) allineati… segnale di pericolo, doppia curva, foresta facilmente infiammabile, banchina cedevole, caduta massi, strada sdrucciolevole…per non parlare degli avvertimenti per chi, come noi, decidesse di voler proseguire durante il periodo invernale. Siamo impavidi, perciò proseguiamo. 

Dopo pochi metri ci rendiamo conto che Sorana non può essere lontano perché un po’ ovunque lungo la strada troviamo campi solitari, quasi abbandonati,  che però danno la chiara sensazione di essere stati lavorati e che verranno coltivati ancora non appena la stagione lo permetterà. Ben raggruppati troviamo infatti canne, reti finissime e corda che servono per costruire una specie di impalcatura sulla quale una particolare varietà di fagiolo potrà crescere in santa pace. Si tratta del fagiolo di Sorana, un prodotto IGP (indicazione geografica protetta). Questo significa che è originario della zona, che le sue caratteristiche inconfondibili sono da attribuirsi proprio a questa area e che la produzione avviene tassativamente nella zona geografica citata. 

Non siamo grandi amatori di fagioli, ma le lodi riguardo a questa prelibatezza sono  così invitanti che assaggiarle si presenta come un’esperienza da non perdere. Secondo la loro fama, la buccia sarebbe fine come quella delle cipolle, il sapore oltremodo gustoso e il legume così speciale da non creare nessun tipo di problema alla digestione come meteorismo e simile. Una panacea, insomma.

Dopo qualche altro chilometro e un paio di curve a destra siamo arrivati nel paese che si scopre bello e caratteristico come San Quirico è, presumiamo, le altre castella della cosiddetta “Svizzera pesciatina”. La vista è davvero suggestiva. Le case dei piccoli paesini medioevali intorno si aggrappano l’una all’altra quasi a cercare un reciproco sostegno, offrendo l’impressione di compattezza e di forza. Si sente letteralmente quanto, nel passato, deve essere stato difficile, se non impossibile, conquistarle. 

Finito il giro volevamo gustare un piatto di fagioli ma Sorana purtroppo ospita solo un circolo, una specie di piccolo bar rustico frequentato per la maggiore da uomini che bevono un bicchiere o anche due o tre, discutano molto animatamente di calcio e di politica e giocano a carte. La trattoria da Sandrino aveva il giorno di riposo e non ci rimaneva che tornare a casa a pancia vuota.

           

Ma non sia mai detto che non siamo tenaci! Se degustazione deve essere che sia; seguendo la tradizione però! Forniti del necessario ci siamo buttati nell’avventura, non senza rispetto per il prodotto prelibato assai costoso davanti a noi ed una certa irrequietezza. Saremo stati in grado di eseguire la ricetta ad arte? Vediamo che cosa serve:

Fagioli di Sorana IGP secchi, un goccio di olio d’oliva, poca acqua, un rametto di salvia, un paio di spicchi d’aglio, sale, pepe o un peperoncino, a piacere. Fin qui niente di particolare. Anche la questione del recipiente di cottura è facilmente risolvibile. Chi non dispone dell’apposita bottiglia a bocca larga può usare anche un fiasco di vino vuoto. Il vero problema si presenta al momento della cottura che tradizionalmente dovrebbe essere fatta nella cenere calda permettendo ai fagioli di cuocere molto, molto lentamente. Basterebbero, così ci è stato detto, appena trenta minuti. Se fossimo vissuti cinquant’anni fa, saremmo stati a cavallo. Avremmo affidato i fagioli al fornaio del paese che, dopo aver cotto il pane nel forno a legna, avrebbe sistemato la nostra bottiglia, attentamente chiusa con un tappo di sughero, insieme a tante altre nella cenere calda. A noi, in mancanza di questa possibilità, non rimane che infilare la bottiglia in una pentola con acqua bollente, abbassare la fiamma e procedere con la cottura lenta, sempre per circa mezz’ora.

È vero che non siamo ghiotti di fagioli e altri legumi ma a nostra sorpresa abbiamo scoperto un contorno veramente ottimo per carne di maiale, lesso, arrosto, pollo o tonno. Anzi, mangiati semplicemente con una fetta di pane generosamente  bagnata di olio d’oliva sono quasi ancora più gustosi!

E poi, non è ancora detta l’ultima parola. Nella nostra proprietà, accanto al barbecue, stiamo costruendo un grande forno a legna per pane e pizza.

Considerando che entrambi gli alimenti sono molto apprezzati dalla nostra famiglia, c’è da immaginarsi quanta cenere sarà a nostra disposizione per finire in bellezza  l’esperimento  “Fagioli di Sorana”. Come dire… chi la dura la vince.

Anneliese Rabl x

Pescia e d’intorni: Medicina

 

 

Per noi, visitare i paesini della Valleriana è diventato come mangiare ciliegie…una tira l’altra. Così, dopo San Quirico e  Sorana è il turno di Medicina.

Se consideriamo nomi come Femina Morta o Malocchio, conferiti a qualche paesino della zona, a Medicina è andata, come dire, di gran lusso. Se non altro perché si potrebbe presumere che il nome derivi dalla parola latina medicina = “luogo dove si medica, ci si cura”. L’origine, tuttavia, non è così scontata. Se chiediamo agli abitanti del piccolo paese spuntano due correnti di pensiero. La prima opta per “antica dimora estiva della famiglia dei Medici”, la seconda suggerisce che grazie al microclima particolarmente favorevole la gente avrebbe soggiornato a Medicina per ristorare corpo e anima.

    

È il borgo dove un valoroso combattente, Francesco Ferrucci,  pernottò il giorno prima della famosa battaglia di Gavinana ben nota ai Toscani, nel lontano 1530. Le vicende belliche e politiche di quel periodo storico furono assai complicate. A molti stranieri, anche a noi del resto, la storia della Toscana non è molto nota;  ci basti sapere che si trattava di uno scontro molto serio per cercare di liberare la città di Firenze dall’assedio della  famiglia dei Medici. 

 

Ferrucci era conosciuto come testa calda, poco tollerante e ancora meno benevole verso gli altri. Ma era anche un uomo coraggioso e un guerriero fiero e valoroso che si arrese solo ultimo e per forza, colpito mortalmente dal nemico quando giaceva già ferito a terra. Chissà se su, a Medicina, c’è ancora qualche ricordo del suo passaggio? Non tanto un dipinto, una statua o simili, ma qualche cenno del suo carattere che potrebbe aver impressionato un abitante del villaggio a tal punto da ispirarsi e da tramandare il valore del coraggio e della lotta per la libertà alle future generazioni. Ma, vediamo.

Per andare a Medicina bisogna passare sempre dall’unico incrocio importante di Pietrabuona, dove si gira a sinistra come per andare a San Quirico.  Dopo poche decine di metri si prende ancora la deviazione a sinistra per salire su verso il paesino che desideriamo visitare.

Fatti cento metri troviamo sulla destra la Fattoria Pietrabuona della quale avevamo già sentito parlare. Secondo le voci, Il suo olio d’oliva è squisito ma, soprattutto, vende prosciutti provenienti da cinghiali allevati o meglio tirati su allo stato brado, in buona parte con castagne. Tutta la zona, fino a Medicina e oltre è coperta da castagneti carichi di frutti. C’è ne sono così tanti che bastano sia a sfamare, appunto, i cinghiali, sia a produrre la farina di castagne, prodotto tipico e molto apprezzato della regione. Qualche cosa mi dice che al ritorno ci fermeremo per commettere un peccato di gola o due.

A differenza della strada  sommersa da boschi più o meno puliti che porta a Sorana o a San Quirico, qui ci accostano centinaia se non migliaia di olivi potati con sapiente cura e l’erba negli oliveti è tagliata quasi come se fosse un giardino. Poco prima dell’arrivo, a destra notiamo  una piccola caverna o stanzetta, una specie di minuscola cappella improvvisata, quasi una Margine come quelle che si trovano sparse su tutto il territorio, solo molto più grande. Nel suo interno appaiono immagini della Vergine con il Bambino, fotografie di Padre Pio, un frate cappuccino proclamato santo, crocifissi, fiori secchi e di plastica, due minuscole sedie e un piccolo tavolo. Tutto è fatto con amorevole cura, secondo la tradizione cattolica; ma, non so proprio perché, ci sembra di rivivere un’antichissimo clima religioso pagano tipico anche della cultura nordica.

Medicina stessa, almeno quel giorno, non sembrava aver molto da offrire se non i vicoli e le case medioevali già ammirati a Sorana e a San Quirico. Eppure, nel corso dei secoli vi sono state durissime battaglie fra Lucca e Firenze per prenderne possesso. Oggi, non si vedeva gente in giro;  perciò abbiamo pensato di proseguire a piedi sulla strada principale asfaltata che portava fuori dal paese, trasformandosi poi in un largo sentiero comunque percorribile da una fuori strada. Medicina si trova sul cocuzzolo di una montagna che guarda sulla destra verso la Valleriana e, infatti, alcuni paesi sono ben visibili. Sulla sinistra, invece, dietro gli alberi, in basso, presumevamo doveva essere possibile vedere, se non addirittura raggiungere, Pietrabuona. Per capire se la nostra supposizione era giusta pensavamo bastasse proseguire sulla comoda stradicciola che, ad un certo punto, ci avrebbe regalato una piacevole vista su quello che speravamo di scorgere.  Curva dopo curva dopo curva ci aspettavamo il momento ma curva dopo curva dopo curva ci siamo resi conto che ho avremmo dovuto proseguire con coraggio per forse ore e ore ancora o saremmo dovuti tornare indietro, cercare un abitante del villaggio e farci confermare o smentire la nostra idea di dove esattamente ci eravamo trovati e di che cosa avremo potuto vedere.

Oramai però il sole stava per coricarsi e il paese sembrava proprio disabitato. Il latrato di un cane, il passaggio fugace di un gatto solitario, ma nessun altro cenno di vita. Perciò abbiamo deciso di scendere non senza riprometterci di cercare magari un sentiero partendo da Pietrabuona o da Pescia in direzione Medicina e non all’inverso.

Ci è stato detto che a Luglio a Medicina festeggiano Sant’Anna, la Madre di Maria, alla quale fu dedicata a pochi chilometri dal paese, una cappella ormai quasi distrutta dal tempo. Dopo la funzione religiosa si mangia e si beve e si passa la giornata con giochi e balli. In Agosto è la volta della Sagra con bruschetta e lupini.  Chissà se lì, rilassati e appagati dopo un lauto pasto e qualche bicchiere di vino non riusciremo a prendere contatto con i prodi antenati passato? Vale la pena tentare.

 

Anneliese Rabl x