Alla ricerca di Sorana e dei suoi fagioli

Dopo la serata a San Quirico in mezzo a falò, salsicce, rosticciana, castagnaccio e buona compagnia, la curiosità di scoprire un’altra delle dieci castella della valleriana è irresistibile.

Ne rimangono altre nove: Pietrabuona, Aramo, Vellano, Stiappa, Sorana, Fibialla, Castelvecchio e Pontito. Che fare? In base a che cosa scegliere e, soprattutto, a chi l’onore? Eravamo in disaccordo perciò abbiamo deciso di affidarci al fato, vale a dire tirare a sorte, aprire la mappa della zona, chiudere gli occhi e puntare con il dito su un punto qualsiasi. Il paesino più vicino portava il nome “Sorana” ed eravamo pronti a partire per nuove scoperte.

   

La strada verso Sorana, fra l’altro uguale per tutti paesini della Valleriana, passa da Pietrabuona, ma mentre all’unica grande curva del villaggio si gira a sinistra per andare a San Quirico, Medicina, Fibialla e Aramo, per raggiungere Sorana è necessario prendere la strada a destra. Fatto qualche chilometro si prende la deviazione a sinistra e poi si seguono le indicazioni per Sorana.

Lungo tutto il tragitto ci accompagna il “Pescia”, un torrente vigoroso nato da due rami, il cosiddetto Pescia di Calamecca che scende dalle montagne pistoiesi, l’altro dal torrente Pescia di Pontito (uno delle dieci castella) per riunirsi a Sorana in un solo fiume che corre verso la città di Pescia. 

È la zona delle cartiere che qui una volta trovavano in abbondanza legno e acqua, elementi di base nella produzione di carta per imballaggi di tutti i tipi oltre che libri di gran lusso, carta da lettera pregiata, perfino quella filigranata delle banconote. Per decenni il ramo industriale era molto redditizio poi però fu abbandonato con l’arrivo della plastica, con l’andare fuori moda dello scrivere con carta e penna, con il leggere sempre meno e infine, con l’utilizzo delle carte di credito al posto del denaro vero. Anche se oggi, a parte qualche cartiera rimasta qua e là, il settore è praticamente morto, non possiamo non sentirci intrigati scoprendo che le partecipazioni nuziali di Napoleone Bonaparte e di Giuseppina Beauharnais sono state stampate proprio in una cartiera qui lungo questo torrente e la strada che siamo percorrendo per andare a Sorana. Chissà se non esiste un museo dove poter approfondire l’argomento.

Passando da un rudere all’altro siamo arrivati alla prossima curva da prendere verso sinistra. Il cartello “da Sandrino” ci fa capire che non abbiamo sbagliato strada. La trattoria è fra le più apprezzate dagli abitanti di Pescia e d’intorni, conosciuti per essere buongustai assoluti, perciò c’è da fidarsi.

Subito dopo la curva però ci fermiamo perplessi. Va bene che siamo in collina, va bene anche che la Toscana si trovi su roccia franosa, ma undici indicatori stradali, tutti assieme, farebbero venire a chiunque il dubbio se proseguire o meno. Troviamo infatti davanti a noi allegramente (o anche no) allineati… segnale di pericolo, doppia curva, foresta facilmente infiammabile, banchina cedevole, caduta massi, strada sdrucciolevole…per non parlare degli avvertimenti per chi, come noi, decidesse di voler proseguire durante il periodo invernale. Siamo impavidi, perciò proseguiamo. 

Dopo pochi metri ci rendiamo conto che Sorana non può essere lontano perché un po’ ovunque lungo la strada troviamo campi solitari, quasi abbandonati,  che però danno la chiara sensazione di essere stati lavorati e che verranno coltivati ancora non appena la stagione lo permetterà. Ben raggruppati troviamo infatti canne, reti finissime e corda che servono per costruire una specie di impalcatura sulla quale una particolare varietà di fagiolo potrà crescere in santa pace. Si tratta del fagiolo di Sorana, un prodotto IGP (indicazione geografica protetta). Questo significa che è originario della zona, che le sue caratteristiche inconfondibili sono da attribuirsi proprio a questa area e che la produzione avviene tassativamente nella zona geografica citata. 

Non siamo grandi amatori di fagioli, ma le lodi riguardo a questa prelibatezza sono  così invitanti che assaggiarle si presenta come un’esperienza da non perdere. Secondo la loro fama, la buccia sarebbe fine come quella delle cipolle, il sapore oltremodo gustoso e il legume così speciale da non creare nessun tipo di problema alla digestione come meteorismo e simile. Una panacea, insomma.

Dopo qualche altro chilometro e un paio di curve a destra siamo arrivati nel paese che si scopre bello e caratteristico come San Quirico è, presumiamo, le altre castella della cosiddetta “Svizzera pesciatina”. La vista è davvero suggestiva. Le case dei piccoli paesini medioevali intorno si aggrappano l’una all’altra quasi a cercare un reciproco sostegno, offrendo l’impressione di compattezza e di forza. Si sente letteralmente quanto, nel passato, deve essere stato difficile, se non impossibile, conquistarle. 

Finito il giro volevamo gustare un piatto di fagioli ma Sorana purtroppo ospita solo un circolo, una specie di piccolo bar rustico frequentato per la maggiore da uomini che bevono un bicchiere o anche due o tre, discutano molto animatamente di calcio e di politica e giocano a carte. La trattoria da Sandrino aveva il giorno di riposo e non ci rimaneva che tornare a casa a pancia vuota.

           

Ma non sia mai detto che non siamo tenaci! Se degustazione deve essere che sia; seguendo la tradizione però! Forniti del necessario ci siamo buttati nell’avventura, non senza rispetto per il prodotto prelibato assai costoso davanti a noi ed una certa irrequietezza. Saremo stati in grado di eseguire la ricetta ad arte? Vediamo che cosa serve:

Fagioli di Sorana IGP secchi, un goccio di olio d’oliva, poca acqua, un rametto di salvia, un paio di spicchi d’aglio, sale, pepe o un peperoncino, a piacere. Fin qui niente di particolare. Anche la questione del recipiente di cottura è facilmente risolvibile. Chi non dispone dell’apposita bottiglia a bocca larga può usare anche un fiasco di vino vuoto. Il vero problema si presenta al momento della cottura che tradizionalmente dovrebbe essere fatta nella cenere calda permettendo ai fagioli di cuocere molto, molto lentamente. Basterebbero, così ci è stato detto, appena trenta minuti. Se fossimo vissuti cinquant’anni fa, saremmo stati a cavallo. Avremmo affidato i fagioli al fornaio del paese che, dopo aver cotto il pane nel forno a legna, avrebbe sistemato la nostra bottiglia, attentamente chiusa con un tappo di sughero, insieme a tante altre nella cenere calda. A noi, in mancanza di questa possibilità, non rimane che infilare la bottiglia in una pentola con acqua bollente, abbassare la fiamma e procedere con la cottura lenta, sempre per circa mezz’ora.

È vero che non siamo ghiotti di fagioli e altri legumi ma a nostra sorpresa abbiamo scoperto un contorno veramente ottimo per carne di maiale, lesso, arrosto, pollo o tonno. Anzi, mangiati semplicemente con una fetta di pane generosamente  bagnata di olio d’oliva sono quasi ancora più gustosi!

E poi, non è ancora detta l’ultima parola. Nella nostra proprietà, accanto al barbecue, stiamo costruendo un grande forno a legna per pane e pizza.

Considerando che entrambi gli alimenti sono molto apprezzati dalla nostra famiglia, c’è da immaginarsi quanta cenere sarà a nostra disposizione per finire in bellezza  l’esperimento  “Fagioli di Sorana”. Come dire… chi la dura la vince.

Anneliese Rabl x

Pescia e d’intorni: Medicina

 

 

Per noi, visitare i paesini della Valleriana è diventato come mangiare ciliegie…una tira l’altra. Così, dopo San Quirico e  Sorana è il turno di Medicina.

Se consideriamo nomi come Femina Morta o Malocchio, conferiti a qualche paesino della zona, a Medicina è andata, come dire, di gran lusso. Se non altro perché si potrebbe presumere che il nome derivi dalla parola latina medicina = “luogo dove si medica, ci si cura”. L’origine, tuttavia, non è così scontata. Se chiediamo agli abitanti del piccolo paese spuntano due correnti di pensiero. La prima opta per “antica dimora estiva della famiglia dei Medici”, la seconda suggerisce che grazie al microclima particolarmente favorevole la gente avrebbe soggiornato a Medicina per ristorare corpo e anima.

    

È il borgo dove un valoroso combattente, Francesco Ferrucci,  pernottò il giorno prima della famosa battaglia di Gavinana ben nota ai Toscani, nel lontano 1530. Le vicende belliche e politiche di quel periodo storico furono assai complicate. A molti stranieri, anche a noi del resto, la storia della Toscana non è molto nota;  ci basti sapere che si trattava di uno scontro molto serio per cercare di liberare la città di Firenze dall’assedio della  famiglia dei Medici. 

 

Ferrucci era conosciuto come testa calda, poco tollerante e ancora meno benevole verso gli altri. Ma era anche un uomo coraggioso e un guerriero fiero e valoroso che si arrese solo ultimo e per forza, colpito mortalmente dal nemico quando giaceva già ferito a terra. Chissà se su, a Medicina, c’è ancora qualche ricordo del suo passaggio? Non tanto un dipinto, una statua o simili, ma qualche cenno del suo carattere che potrebbe aver impressionato un abitante del villaggio a tal punto da ispirarsi e da tramandare il valore del coraggio e della lotta per la libertà alle future generazioni. Ma, vediamo.

Per andare a Medicina bisogna passare sempre dall’unico incrocio importante di Pietrabuona, dove si gira a sinistra come per andare a San Quirico.  Dopo poche decine di metri si prende ancora la deviazione a sinistra per salire su verso il paesino che desideriamo visitare.

Fatti cento metri troviamo sulla destra la Fattoria Pietrabuona della quale avevamo già sentito parlare. Secondo le voci, Il suo olio d’oliva è squisito ma, soprattutto, vende prosciutti provenienti da cinghiali allevati o meglio tirati su allo stato brado, in buona parte con castagne. Tutta la zona, fino a Medicina e oltre è coperta da castagneti carichi di frutti. C’è ne sono così tanti che bastano sia a sfamare, appunto, i cinghiali, sia a produrre la farina di castagne, prodotto tipico e molto apprezzato della regione. Qualche cosa mi dice che al ritorno ci fermeremo per commettere un peccato di gola o due.

A differenza della strada  sommersa da boschi più o meno puliti che porta a Sorana o a San Quirico, qui ci accostano centinaia se non migliaia di olivi potati con sapiente cura e l’erba negli oliveti è tagliata quasi come se fosse un giardino. Poco prima dell’arrivo, a destra notiamo  una piccola caverna o stanzetta, una specie di minuscola cappella improvvisata, quasi una Margine come quelle che si trovano sparse su tutto il territorio, solo molto più grande. Nel suo interno appaiono immagini della Vergine con il Bambino, fotografie di Padre Pio, un frate cappuccino proclamato santo, crocifissi, fiori secchi e di plastica, due minuscole sedie e un piccolo tavolo. Tutto è fatto con amorevole cura, secondo la tradizione cattolica; ma, non so proprio perché, ci sembra di rivivere un’antichissimo clima religioso pagano tipico anche della cultura nordica.

Medicina stessa, almeno quel giorno, non sembrava aver molto da offrire se non i vicoli e le case medioevali già ammirati a Sorana e a San Quirico. Eppure, nel corso dei secoli vi sono state durissime battaglie fra Lucca e Firenze per prenderne possesso. Oggi, non si vedeva gente in giro;  perciò abbiamo pensato di proseguire a piedi sulla strada principale asfaltata che portava fuori dal paese, trasformandosi poi in un largo sentiero comunque percorribile da una fuori strada. Medicina si trova sul cocuzzolo di una montagna che guarda sulla destra verso la Valleriana e, infatti, alcuni paesi sono ben visibili. Sulla sinistra, invece, dietro gli alberi, in basso, presumevamo doveva essere possibile vedere, se non addirittura raggiungere, Pietrabuona. Per capire se la nostra supposizione era giusta pensavamo bastasse proseguire sulla comoda stradicciola che, ad un certo punto, ci avrebbe regalato una piacevole vista su quello che speravamo di scorgere.  Curva dopo curva dopo curva ci aspettavamo il momento ma curva dopo curva dopo curva ci siamo resi conto che ho avremmo dovuto proseguire con coraggio per forse ore e ore ancora o saremmo dovuti tornare indietro, cercare un abitante del villaggio e farci confermare o smentire la nostra idea di dove esattamente ci eravamo trovati e di che cosa avremo potuto vedere.

Oramai però il sole stava per coricarsi e il paese sembrava proprio disabitato. Il latrato di un cane, il passaggio fugace di un gatto solitario, ma nessun altro cenno di vita. Perciò abbiamo deciso di scendere non senza riprometterci di cercare magari un sentiero partendo da Pietrabuona o da Pescia in direzione Medicina e non all’inverso.

Ci è stato detto che a Luglio a Medicina festeggiano Sant’Anna, la Madre di Maria, alla quale fu dedicata a pochi chilometri dal paese, una cappella ormai quasi distrutta dal tempo. Dopo la funzione religiosa si mangia e si beve e si passa la giornata con giochi e balli. In Agosto è la volta della Sagra con bruschetta e lupini.  Chissà se lì, rilassati e appagati dopo un lauto pasto e qualche bicchiere di vino non riusciremo a prendere contatto con i prodi antenati passato? Vale la pena tentare.

 

Anneliese Rabl x

 

 

 

Pescia e d’intorni: il paesino di Fibialla

 

Il paesino di Fibialla, insieme ad altri nove borghi medioevali, fa parte delle dieci castella della Valleriana conosciuta anche come Svizzera Pesciatina. D’inverno praticamente abbandonato si trasforma invece d’estate in un luogo ambito da turisti provenienti da tutto il mondo. Almeno…

 

 

 

Anneliese Rabl x

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Quirico, tutto da scoprire

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Di fronte alla nostra proprietà, più o meno nascosti da colline e da montagnette, si trovano dei piccoli villaggi sparsi qua e là. Quello più facilmente visibile dalle nostre finestre è Medicina che insieme a Pietrabuona, Aramo, San Quirico, Vellano, Stiappa, Sorana, Fibialla, Castelvecchio e Pontito forma “le dieci castella della Valleriana”.

Castella, dice il vocabolario latino, è il diminutivo di castrum = piccolo accampamento e, infatti, lo spirito d’avventura, la voglia di conquista e una certa litigiosità innata delle popolazioni hanno reso necessario proteggere le famiglia e i loro beni per centinaia di anni dietro a poderose mura fortificate.

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Oggi queste anime irrequiete hanno limato le corna e placcato l’aggressività; perciò la vita nelle castella si svolge pacifica e serena. A volte forse anche troppo tanto che questa tranquillità simile alla noia totale ha spinto molti giovani a lasciare casa e famiglia per cercare altrove fortuna e una vita più allegra e movimentata. Sono rimasti gli anziani e i paesini rischiano di cadere in un inesauribile abbandono.

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Quello che, almeno per ora, li salva da questa triste fine è il periodo estivo durante il quale i parenti sono soliti riunirsi ai propri cari; è anche il momento in cui i vicoli e i borghi vengono presi d’assalto dai turisti di tutto il mondo in cerca di aria pura, di pace, di tranquillità e, perché no, desideroso di tuffarsi per qualche momento in un po’ di autentica storia medioevale. Cene, feste sontuose, manifestazioni e ricorrenze tradizionali durante tutto l’anno, invece, fanno si che i piccoli insediamenti non vengono dimenticati.

A fine Dicembre 2016 si è presentata l’occasione per fare una capatina a San Quirico. Pescia dista un quarto d’ora di macchina, perciò il luogo è velocemente raggiungibile.

La pro loco aveva organizzato un grande fuoco accompagnato da bistecche, rosticciana e salsicce alla griglia, seguito da necci, un dolce a base di farina di castagne, di solito servito con crema di nocciole o ricotta. Il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino.

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Siamo arrivati per l’ora di cena e, difatti, ci aspettava un grande falò per riscaldare le mani gelate ed per creare un’atmosfera di vecchi tempi ormai perduti.

Mentre facevamo la fila davanti alla cassa, sentii due vecchietti  scambiarsi ricordi del passato, quando i grandi fuochi erano più solenni e avevano un significato profondo. Si accendevano per tenere lontani demoni,  animali selvatici e negatività. Le vigorose fiamme dovevano cacciare l’inverno e fare posto alla primavera. Le ceneri si sarebbero trasformate in un ottimo concime che avrebbe permesso alla nuova vegetazione di crescere forte e sana.

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Noi avevamo più che altro fame, tanta tanta fame, perciò osservare le fiamme spegnersi intorno alle griglie per dare posto ad un letto scintillante di brace, indispensabile per la buona riuscita delle pietanze in programma, ci rassicurava e ci faceva felici.

La cena era ottima e, poiché a San Quirico si trova anche un bar ben fornito dove prendere il caffè del dopo cena accompagnato da un digestivo, ci sentivamo davvero soddisfatti. Venire poi a conoscenza che la prossima festa di paese si sarebbe tenuta a Febbraio per il Carnevale, seguito da altre manifestazioni sempre con cena preparata dalle “vecchie querce” del paese, ci ha fatto capire che ricordare San Quirico avrebbe fatto bene sia al piccolo accampamento che a noi. Grazie per averci ospitati!

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Mi rendo conto che ne parole ne foto saranno mai in grado di rievocare il profumo della legna che bruciava, l’odore inconfondibile della carne sulla brace, le gocce di grasso che cadevano nel fuoco per sciogliersi sfrigolando nel calore. Ancora meno saprei descrivere a pieno il rustico, quasi grezzo ma delizio sapore di un neccio cotto fra due piastre riscaldate e leggermente oliate, dette stiacce. Ma esiste una versione che permette di prepararlo in modo altrettanto gustoso ovunque siate. Servono

500 gr. di farina di castagne, possibilmente macinata a pietra

Acqua quanto basta per ottenere un’ impasto non troppo liquido 

1/2 bicchiere di olio d’oliva

Un pizzico di sale

Un cucchiaio di zucchero

Pinoli

Uva sultanina rinvenuta nell’acqua 

Rosmarino

Mescolare la farina nell’acqua. Aggiungere l’olio, il sale e lo zucchero. Versare in una teglia oliata, distribuirvi pinoli, uvetta e aghi di rosmarino. Cospargere la superficie con qualche goccia di olio d’oliva. Cuocere in forno ben caldo per circa 45 minuti. Servire con ricotta o con crema di nocciole. Ottimo sia caldo che freddo.

Anneliese Rabl x

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L’Italia si racconta

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Tutti gli anni, ispirati produttori di gran cibo si incontrano per dare a noi, persone tutto sommato novelline nel vero mondo culinario, l’opportunità di assaggiare gustosi prodotti tipici provenienti dalle svariate regioni del bel paese. Quest’anno una delle manifestazioni, la Food Art Italy, si è tenuta il 19 e il 20 Febbraio 2017 a Pisa e abbiamo deciso di partecipare.

Queste occasioni possono essere affrontate in diversi modi. Alcuni sembrano trovarsi di fronte ad una vera e propria corsa ad ostacoli dove si percorre una certa distanza: la grande sala carica di ogni ben di dio, interrotta da barriere: stands gastronomici disposti a distanze più o meno costanti, nel minor tempo possibile; senza ovviamente cedere ad alcuna tentazione.  Altri vivono gli incontri come gradita opportunità di rifornirsi di carezze per l’anima, di rimedi contro stress, malinconia, noia è così via. Per i più sfortunati, cioè quelli a dieta, l’unica fonte di salvezza è un veloce dietro front davanti all’ingresso. È probabile che solo esperti, vaccinati contro ogni tentazione, sapranno uscire dall’esperienza abbastanza indenni.

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La location della Food Art Italy era molto suggestiva. Si trattava infatti degli arsenali repubblicani, edifici destinati in passato, cioè svariati secoli fa, alla realizzazione e alla riparazione delle galere dell’antica Repubblica di Pisa. Ci sarebbe sicuramente da raccontare una storia affascinante. Non oggi, però.

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Appena varcato l’ingresso, fra l’altro gratuito, abbiamo visto le prime botteghe su quattro ruote ben fornite di tentazioni di ogni genere. Pasta fritta in olio d’oliva, morbidi gnocchi, croccanti schiacciate con strutto appena sfornate. Non potevano certo mancare Hamburger belli alti, dal profumo inebriante per gli amanti della carne, serviti da un gruppo di giovani pisani allegri e spensierati. Tutto da gustare comodamente seduti su panchine davanti a semplici tavoli di legno accanto a gente mai vista prima. D’altronde, in quale altro modo si potrebbe mai vivere un evento culinario così sublime?

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Dopo questa prima sosta una freccia rossa indicava di scendere giusto verso un delizioso carretto rosa, quasi una casa di bambole, dove scegliere fra una vasta gamma di dolcetti preparati con amorosa cura. Ci era sembrato saggio saltare la fermata e proseguire; lo spuntino appena concluso non era stato dei più leggeri…

Davanti all’ingresso principale si vendevano rose, agrumi e fiori, perfetti per abbellire un balcone, un giardino o una aiuola sotto casa. Inoltre c’era una notevole varietà di  erbe aromatiche. I più maligni potrebbero obbiettare che si trattasse di erbette in grado di rimediare ai danni poco prima causati alla nostra silhouette. Maligni o meno, è rassicurante sapere che esistono piante per dimagrire, per rilassarsi, per digerire, per tonificarsi e per renderci più belli.

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Appena entrati nel vero tempio dei sapori ci siamo trovati di fronte ad uno stand con prodotti a base di chiocciole. Le nostre reazioni erano contrastanti. Da un lato ci dava una certa soddisfazione sapere che la mal tollerata armata di distruttori di foglie verdi e succulente commestibili o meno potevano avere una reale utilità nello sfamare gli essere umani. Dall’altro lato ci dispiaceva per le poverette. Ma eravamo anche colpiti: quando mai in Toscana sono state mangiate chiocciole? In tempi di carestia? Poi ci siamo ricordati la sublime cucina francese che non disdegna questi succulenti molluschi proponendoli in gustosissimi modi. I barattoli in vendita sembravano contenere le stesse prelibatezze. I più coraggiosi avevano l’opportunità di acquistare addirittura le chiocciole vive, addormentate, in reti più o meno come cozze o vongole con tanto di istruzioni su come cucinarle. Noi eravamo fra questi…

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Dalla postazione accanto sentivamo un leggero profumo che sembrava ma non era di aglio bensì del ben più nobile tartufo, ricercata prelibatezza toscana conosciuta in tutto il mondo. Insieme a qualche esemplare fresco (d’inverno si trovano solo quelli neri) ammiravamo una  generosa proposta di prodotti lavorati: olio, burro, salse, pasta e sughi, tutti a base di tartufo.

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Ormai il ghiaccio era sciolto. I profumi e i colori, oltre che il buon umore e l’allegria, insieme all’accoglienza calorosa da parte degli espositori avevano spazzato via ogni nostra resistenza. Così, assaggio dopo assaggio dopo assaggio ci siamo addentrati sempre più nel mondo delle salsicce e dei prosciutti, della pasta e del riso, del pane, delle salse e dei sughi, dei formaggi, delle birre artigianali, dei vini e delle grappe, dei tè, delle erbe aromatiche e delle spezie.

Ad ogni postazione abbiamo trovato personale altamente qualificato desiderosi di spiegarci perché la propria produzione fosse così speciale e perché il costo relativamente alto fosse giustificato.

 

Con grande sorpresa abbiamo scoperto che ad una manciata di chilometri da casa nostra si trovava una produzione di zafferano, fondamentale ingrediente non non solo per il famoso risotto alla milanese ma per tutta una serie di pietanze che guadagnano in sapore e colore con l’aggiunta di due o tre filini seccati, i pistilli, dei piccoli fiori viola. Anche qui, gli addetti ci hanno sedotto con marmellate, miele e tè al profumo di zafferano.

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Poi era la volta di uno stand irresistibilmente, nel vero senso della parola. Ci sono vegetariani, c’è gente che non ama la pasta, gli insaccati, Il formaggio, c’è chi è astemio, non beve tè o non aromatizza i cibi con spezie ma chi mi chiedo sarebbe mai in grado di resistere ad un banco ben fornito e deliziosamente allestito di cioccolato? Come spiegare meglio? Avete presente le api intorno ai fiori? Ecco…

Sarebbe un grave torto non elencare tutte le specialità in mostra. Come si può non accennare al parmigiano reggiano, al gorgonzola al farro o al profumo di frutti di bosco? Come non soffermarsi davanti ai  fichi IGP della Calabria, l’unico fico italiano ad aver ottenuto l’ambita denominazione? È le olive siciliane? I pomodorini secchi? Un sogno. Ma è ora di tornare a casa.

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Che cosa ci rimane di questa invitante passeggiata profumata e colorata? Specialità gastronomiche da portare a casa e agli amici (solo i più cari però…) distribuite in buste e sacchetti di plastica. È poi il piacere di aver conosciuto il meglio del meglio di molte regioni, non solo della Toscana. Ci siamo chiesti se ci possa essere un alimento che rappresenti al meglio l’Italia nel mondo. No, non c’è n’è. Però se mai avessimo avuto qualche dubbio, adesso sappiamo di sicuro che siamo nel paese di bengodi.

Anneliese Rabl x

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