Carnevale di Viareggio – dietro le quinte

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Che cosa fare a fine inverno quando le giornate fredde non se ne sono ancora andate? Quando la primavera, pur facendo spuntare qualche fogliolina verde qua e là, non è ancora abbastanza forte da sbizzarrirsi a pieno con i colori vivaci e i dolci profumi dei mesi di marzo, aprile e maggio? Si può andare a sciare; oppure stare a casa e godersi un bel libro. Ci si potrebbe anche dedicare ai saldi di fine stagione. In effetti, non è male andare per negozi, comprare appaganti ma talvolta oggetti superflui a compenso di quotidiane frustrazioni, il tutto seguito da una passeggiata con due chiacchiere e dopo, un bel caffè o una tazza di tè.

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Già da tempo, avevamo accarezzato l’idea di visitare il carnevale di Viareggio, conosciuto come uno dei più belli non solo in Italia ma anche in Europa. Il problema per noi o meglio per me è che non amo stare in mezzo ad una folla allegra e chiassosa che non mi permette di andare né avanti né indietro. Mi manca l’aria e il bisogno di lasciare la massa diventa urgentissimo. So che mi privo di un un’esperienza pazzesca, ma ognuno deve fare del suo meglio con quello che ha o è. È chiaro però che non ho rinunciato all’idea di andarci e, prima o poi, lo farò!

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Quando abbiamo letto che quest’anno era prevista l’apertura al pubblico degli hangar, un’areale chiamato “cittadella”, dove artisti ispirati e fantasiosi ideano, progettano, costruiscono e assemblano i carri delle sfilate carnevalesche, non abbiamo perso tempo. Il 12 Febbraio del 2017, prima Domenica di Carnevale (l’uscita precedente era stato annullata per la pioggia), alla ore 9.30 h eravamo davanti ai cancelli pronti ad entrare per scoprire i segreti dei grandiosi carri, protagonisti assoluti della manifestazione.

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Il primo impatto era imprevisto e notevole. Tanta altra gente aveva accarezzato la nostra stessa idea; non eravamo proprio gli unici a voler visitare le fucine di estro e di creatività. Tuttavia regnava molta tranquillità e niente confusione. Chi, guardandosi intorno, avrebbe mai potuto immaginarsi uno spettacolo del genere? Personaggi della vita pubblica, dell’arte e della politica, ridotti ad amene e brillanti caricature sistemati in colorate scenografie di dimensioni mozzafiato, aspettavano su carri disposti in fila ordinata la partenza verso i viali a mare, quelli che, come dice il nome, accostano il mare.  È’ li che, dopo tre colpi di cannone, si sarebbe svolta la sfilata che gli abitanti di Viareggio aspettano con impazienza da un anno intero. Il posto dove, almeno per ora, non sono ancora riuscita ad andare.

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Il generosissimo impiego dei colori, le applicazioni di lustrini, ruches e frange, i fiori e gli animali in carta pesta, tutto il necessario insomma per abbellire i carri lasciano sopraffatti. Per non parlare di come ci si sente piccoli di fronte alle immense sculture che si innalzano verso il cielo, al di sopra delle nostre teste.

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No, non ci è venuta l’idea di provare a lavorare la cartapesta. Quello che è di fronte a noi è troppo superlativo, non ultimo per le dimensioni.  La curiosità di sapere come i maestri procedono però è forte. Osservando uno degli artefici mentre metteva mano sugli ultimi dettagli non potevamo non chiedere se ci avrebbe svelato  qualche segreto di tanta spettacolarità e su come fanno a creare simili meraviglie.

 

La procedura di per se sembrerebbe facile; si fa per dire. Dopo aver realizzato uno schizzo di una buona idea, si crea un modello in argilla sopra il quale si versa una colata di gesso. Una volta indurito si otterrà un calco il cui interno, vuoto, viene modellato con chili e chili di strisce di carta inzuppate in colla a base di acqua e farina, cotta e raffreddata, rafforzata con fibre di iuta. Quando l’interno sarà completamente asciutto si elimina il modello in argilla e si avrà il calco desiderato in leggerissima cartapesta, pronta per essere dipinta con tempera o colori acrilici.

Molto più impegnativo è riuscire a creare i meccanismi che permetteranno alle opere  di battere cigli, aprire o chiudere occhi o fauci, girare la testa, muovere  orecchie, mani, piedi o coda, in base al copione della figura progettata. La magia avviene attraverso un ben studiato piano di funi da tendere o da allentare, dei computer e diversi ingegni meccanici. Nel caso di carri grandi, alti, diciamo diciotto o venti metri e larghi dieci o dodici, servono da quattro a otto paia di braccia forzute capaci di far muovere tutta la statua per svariate ore. Tanto di cappello!

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È’ arrivata l’ora di partire. Le macchine, fuoristrada e trattori usati per trainare i carri si mettono in moto verso la loro destinazione. Dopo neanche un quarto d’ora, tutto lo spettacolo si è concluso e con esso la folla si è dileguata.

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Tempo di curiosare dietro gli hangar dove troviamo una specie di cimitero delle statue dismesse: una maschera enorme, teste mozzate, mani tagliate, una cornucopia e mezza, due ombrelloni, un carosello con maialini travestiti; reliquie anche esse non prive di fascino.

Non rimarrebbe che andare a pranzo (la città di Viareggio è anche conosciuta per gli ottimi piatti a base di pesce) e, dopo il dolce e un buon caffè aspettare gli agognati tre colpi di cannone. Per oggi saltiamo; di emozioni ne abbiamo avute in abbondanza. Ci sarebbero però altri tre appuntamenti da non perdere. Abbiamo sentito che quest’anno i costumi dei figuranti sono particolarmente belli. Chissà…

Anneliese Rabl x

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