Alla scoperta della Maremma

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Dopo l’ultimo blog sul Gigante dell’Appennino, che si può ammirare nel Parco Mediceo di Pratolino, quindi nella direzione opposta da quella che veramente  vogliamo scoprire,  è arrivato il momento di addentrarci dall’altra parte della Toscana, e più precisamente in Maremma.

Anticamente, l’immensa regione era popolata dagli Etruschi. La presenza di fertili ed estese terre collinari, vasti territori minerari e il facile accesso al mare consentirono lo sviluppo di una prosperosa economia. A testimonianza, Vetulonia, una delle città etrusche più ricche, aveva il diritto di battere moneta, più o meno come l’Europa stampa i suoi Euro, gli Americani i dollari, i Cinesi gli yuan e così via.

Nell’arco dei secoli, la Maremma ne ha viste di cotte e di crude, se così si può dire, tanto che fu difesa, perduta, conquistata, divisa, sottomessa, sfruttata, abbandonata, riscoperta e finalmente risanata e messa a nuovo.  Il territorio, inoltre, per molto tempo, rimase coperto da vaste paludi con acquitrini costieri e fiumi senza argini che allagavano il terreno coperto da fitta macchia mediterranea. Regnava grave povertà perché la raccolta delle poche terre destinate all’agricoltura era irrisoria e i pascoli liberi pressappoco inesistenti. In più,  la gente doveva affrontare la malaria che portava via centinaia di migliaia di persone.

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Così, una gran parte della gente sopravissuta lasciò la terra d’origine  nella speranza di trovare altrove un futuro migliore. In pratica, la regione rimase totalmente abbandonata.  Il destino della Maremma iniziò a risollevarsi solamente intorno alla metà del diciottesimo secolo, cioè quando il Granduca Leopoldo II dei Lorena (morto di malaria pure lui) iniziò la bonifica del territorio, terminata sotto il regime fascista di Mussolini intorno alla metà del secolo scorso.

La storia ha profondamente segnato la regione, che è rimasta aspra e selvaggia, dando vita ad una gente spigolosa, fiera e indipendente, dotata di grande coraggio, senso del dovere e di innegabile fascino.

Perciò, quando mi si presentò l’opportunità di partecipare ad un corso di fotografia  organizzato da un vero Maremmano, non seppi resistere. Anche l’argomento che contrastava così tanto con la severità e l’asprezza del luogo mi piacque: orchidee selvatiche. Verso Marzo/Aprile sui campi e sui cigli della nostra azienda agricola spunta qua e la qualche varietà di orchidea;  ma a me interessava in particolare un esemplare che non cresce dalle nostre parti.

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Così, una bella mattina di una Domenica di metà  Maggio siamo partiti alle cinque per arrivare in tempo all’appuntamento, fissato per le otto in punto. Il viaggio era tranquillo e rilassante, il tempo gentile e mite; e vedere alzarsi il sole mentre camminavamo spediti verso la nostra destinazione è  ogni volta uno spettacolo che mi lascia senza parole.

Il gruppo di fotografi professionisti e non, era affiatato, forse perché si conoscevano, forse perché avevano già passato la giornata precedente a fotografare e una serata a chiacchierare davanti a gustosi piatti maremmani, magari accompagnati da un buon bicchiere di vino della zona. Noi dovevamo sistemare cane e gatto perciò un pernottamento in Maremma era fuori discussione. Il nostro capogruppo, esperto fotografo e molto pratico della zona, ci fece fare qualche chilometro in macchina per sostare  ad un certo punto e perlustrare il terreno vicino al guardrail. Era andato a colpo sicuro, perché dopo poco ci mostrò le prime orchidee, piccole, insignificanti, lontane anni luce da quello che intendiamo comunemente quando parliamo di orchidee. Il nostro esperto, anzi, erano in due, tuttavia, riuscì a coinvolgerci con le sue spiegazioni riguardo le peculiarità delle pianticelle, le foglie maculate dell’una, i fiori che ricordavano l’addome di un insetto dell’altra, la difficoltà di individuarle.

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Dopo che tutti ebbero fotografato queste prime varietà, i due responsabili ci portarono su una collina ad una distanza di circa cinque, sei chilometri. Il parcheggio improvvisato delle automobili su un campo ci ha regalato una bellissima panoramica sul territorio;  ma la nostra destinazione stava dalla parte opposta della strada. Un prato pieno zeppo di una grande varietà di fiori; praticamente tutti rosa. Incredibile. Mai visto una cosa simile in vita mia. Lì, anche se ostacolati da una forte brezza, abbiamo potuto sbizzarrirci: orchidee fino a perdita d’occhio, per fotografi pieni di buona volontà e speranza che il vento sarebbe cessato, almeno per il tempo di qualche scatto. Personalmente, ho trovato quello che cercavo: l’orchidea purpurea o orchidea maggiore (Orchis purpurea) che, vento sì, vento no, ha pienamente soddisfatto le mie aspettative.

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Dopo un’oretta e qualche centinaia di foto fra tutti, l’itinerario ci ha portato verso un borgo dove abbiamo acquistato l’occorrente per un pranzo al sacco. Ulteriori pochi chilometri e siamo arrivati alla destinazione finale; un bosco dove ci siamo goduti il nostro “lauto” pasto. La ragione per la quale eravamo finiti in quella selva erano due varietà di orchidee difficilmente riconoscibili come tali. Una bianca, esile, nascosta nel sottobosco; l’altra, spesso in gruppo, marrone, poco più che erbaggio secco per un essere umano normale (che gli organizzatori mi perdonino). Anche averle fotografato con lenti particolari non le ha rese più spettacolari. Ahimè.

Ormai era tardo pomeriggio. I fotografi volevano fare ancora qualche scatto di  “rettili”: una lucertola, un millepiedi, un biacco, una vipera; quel che c’era c’era. Per me no, grazie. Ora che ci penso, forse un ramarro sì, innocuo e dallo spettacolare colore verde smeraldo;  ma quel pomeriggio nessun esemplare si fece vedere.

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Tempo di tornare a casa. La giornata è stata bella, interessante e  divertente e le varietà di  orchidee davvero sorprendenti. Non mi  sarei mai aspettata tanta delicata ed effimera bellezza in un posto così selvaggio. Anche gli organizzatori mi hanno sorpreso:  aperti, gentili, pazienti, tolleranti … e vegani; forse un po’ lontani dall’immagine del Maremmano verace ma che dire? I tempi cambiano.  Alla prossima … !

Anneliese Rabl x

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Il Gigante dell’Appennino

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E’ vero. Noi dell’azienda agricola Farfalla di Toscana cerchiamo di scoprire la parte della Toscana che va da Pistoia fino al mare (e oltre). Ogni tanto però, ci sono itinerari irresistibili anche da Pistoia in su.  Perciò, qualche volta, solo qualche volta, ci sembra giusto considerare anche le bellezze “oltre confine”.

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Già l’anno scorso avevo sentito parlare del Gigante dell’Appennino e la sua foto mi aveva colpito a tal punto da volerlo assolutamente vedere. La presentazione della statua restaurata era prevista per fine Aprile 2015, data che mi ero appuntata nell’agenda. Così, i primi di Maggio siamo partiti per il Parco Mediceo di Pratolino a Vaglia nel Fiorentino. Dalla città di Firenze verso la nostra destinazione, il satellitare ci guidava per viuzze strette, accostate quasi sempre da muri di confine a secco, una tecnica che prevede la costruzione usando unicamente pietre di varie misure opportunamente assemblate senza uso di leganti o malte.

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Sarà per la spiccata abilità che serve per alzare questi muretti davvero straordinari, sarà per gli scorci mozzafiato sulle dolci e verdeggianti campagne fiorentine o per la generosa, quasi  opulenta, fioritura dai colori smaglianti ovunque ma, almeno io, ho percepito lungo la schiena  un certo brivido,  forse di rispetto, per questa terra meravigliosa che ha regalato al mondo artisti come Botticelli, Leonardo da Vinci, Michelangelo; Dante, Petrarca, Boccaccio.

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Eravamo pronti per ammirare il Gigante. Seppure non realizzato da uno dei grandi artisti fiorentini bensì da Jean de Boulogne, meglio conosciuto come Giambologna, eravamo sicuri che, se una delle più potenti famiglie fiorentine lo aveva ingaggiato per abbellire quello che avrebbe preso il nome di “Parco delle meraviglie”, un motivo ci deve essere stato.

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Le condizioni meteorologiche non erano delle migliori tanto che, non appena varcato l’ingresso (gratuito) è cominciato a piovere, poco però; per di più siamo stati subito attratti da un vialone, riparato generosamente a sinistra da una fila di alberi di buona stazza e a destra da centinaia di iris, simbolo della città di Firenze. La strada, in discesa, ci portava dritto dritto davanti al Gigante, enorme, maestoso, bellissimo (con un drappo nero intorno ad un braccio, segno di lutto per la distruzione del patrimonio storico in Medio Oriente). Non potevo fare a meno di fotografarlo mille volte, da lontano e da vicino, da sotto e da sopra, da ogni angolatura possibile, per non perdere neanche il più piccolo particolare, tanto era l’impatto che la statua, realizzata in muratura rivestita d’intonaco e pietra, aveva su di me.

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Sarei rimasta semplicemente lì, tutto il pomeriggio; ma visto che c’eravamo ci sembrava giusto onorare anche le altre bellezze nascoste, o meglio, messe in mostra  nel parco.  Attualmente molti siti al suo interno sono in fase di restauro, ma già nomi come “Viale degli Zampilli”, “Grotta di Cupido”, “Peschiera della Maschera” o “Grotta del Mugnone”, insieme ad alcune statue salvate dalla furia del tempo (e degli uomini), testimoniano l’importanza che questo luogo, una volta incredibilmente sfarzoso, magnifico e superbo deve aver avuto sui visitatori del passato.

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Tutto nel parco è enorme: le case, i terrazzi, i prati, i vialoni, gli alberi, alcuni centenari e addirittura numerati. Si capisce perfettamente quanto fosse importante ostentare ricchezza e potere, cosa forse ancora oggi in auge in certi ambienti.

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L’atmosfera del parco è benevola: l’anima può trovare pace per riequilibrarsi, la mente ha l’occasione di frenare la folle corsa dei pensieri, il corpo avverte l’opportunità di rallentare i passi.

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Tutto d’un tratto, il tempo è peggiorato assai; era ora di lasciare le nobili famiglie le cui vicende si intrecciano alla storia del parco e tornare alla macchina, non senza però ammirare  una specie di enorme diamante sorretto da una solida struttura di ferro che avevamo notato appena entrati. All’interno della sfera si trovano pannelli solari che, penso, permetteranno al parco di essere autosufficiente dal punto di vista energetico.

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Insieme a Francesco de’ Medici, la famosissima Bianca Cappello, per la quale la tenuta fu acquistata, il Granduca Ferdinando di Lorena e il principe Paolo Demidoff, salutiamo i guardiani del parco, gentili, professionali e …Toscani, beati loro.

Anneliese Rabl x

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